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Addio alla pellicola dal 2014, anche i registi italiani si adeguano al digitale

Dal 2014 tutte le sale e i registi italiani dovranno adeguarsi al definitivo passaggio al digitale, dicendo addio alla tanto amata pellicola. I pareri di alcuni dei maggiori esponenti del nostro cinema, però, sono parecchio discordanti.
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A cura di Ciro Brandi
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Il 31 dicembre 2013 passerà alla storia come giorno in cui tutto il mondo dirà addio alle mitiche “pizze”, le pellicole simbolo del cinema, usate da tutti i registi fino a poco tempo fa. Poco tempo fa, la Fuji, azienda giapponese produttrice delle celebri pellicole, ha chiuso i battenti e l’altra unica azienda al mondo a produrla ancora è la Kodak. Ovviamente, tutte le sale cinematografiche si dovranno adeguare entro breve –  al momento solo il 61% è digitalizzato – rischiando addirittura la chiusura – ma, soprattutto i grandi registi che sono ancora legati al cinema fatto alla “vecchia maniera”.

Tra gli italiani nostalgici e non esattamente pro a questo passaggio c’è Paolo Sorrentino – nelle sale americane con “La Grande Bellezza” – che proprio per il suo ultimo e acclamato film ha usato ancora la pellicola con triacetato di cellulosa. Di tutt’altro parere è, invece, il maestro Pupi Avati, che ha appena terminato le riprese del film “Il ragazzo d’oro”, con Riccardo Scamarcio e Sharon Stone, usando solo il digitale. Il regista ha dichiarato quanto segue:

È un'esperienza magnifica, uno strumento che stimola la creatività. Al di là dei costi più contenuti, il digitale ti permette di utilizzare più macchine da presa contemporaneamente e di girare in condizioni di luce precarie. Ti consente di nascondere la cinepresa anche agli interpreti. Per una scena del film l'ho nascosta tra i libri di una biblioteca e Scamarcio non sapeva dove guardare, con un effetto di maggiore verità. C'è solo un aspetto che non mi piace: tutti quei monitor sul set con la troupe che vede tutto. Io, se posso, li faccio sparire. Per me il cinema deve rimanere un mistero.

Ad accodarsi a Sorrentino, troviamo invece Daniele Luchetti che per il suo straordinario “Anni Felici” ha preferito girare in 35, 16 e 8 millimetri e fornisce una sua personale intepretazione dell’utilizzo della pellicola:

La pasta della pellicola è la pasta delle storie, il tono e il colore del digitale non sarà mai lo stesso. Quella che tecnicamente si definisce "profondità colore" nel digitale non esiste. È come andare in un agrumeto e non sentire il profumo delle arance. So che il prossimo mio film ormai sarà in digitale, ma trovo scandaloso che noi registi non abbiamo pensato di scrivere una lettera alla Kodak dicendo: "Conservateci una linea di produzione della pellicola".

Il passaggio, comunque, è indispensabile e obbligatorio e, anzi, l’Italia è in estremo ritardo, come ha affermato anche Andrea Occhipinti, , presidente dei distributori dell'Anica e titolare della Lucky Red;

L'Italia rispetto al resto dell'Europa è in ritardo, il parco sale si sta digitalizzando a macchia di leopardo nel nostro paese, siamo alla corsa finale. Per noi distributori il passaggio è cruciale, la distribuzione in digitale ha naturalmente tanti vantaggi economici, ma anche maggiore versatilità e qualità di proiezione. Dopo una settimana una pellicola è già graffiata, mentre una copia digitale si deteriora molto più lentamente con l'uso. Sono convinto però che per un po' di tempo rimarrà ancora una distribuzione mista.

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