1 Ottobre 2011
14:12

Blood Story, quando amore e morte si fondono [la recensione]

La pellicola racconta l’amicizia tra Owen, un timido e solitario dodicenne, vessato dai suoi compagni di scuola. Una notte conosce una strana ragazza di nome Abby, da poco venuta a vivere nelle vicinanze e con delle strane abitudini.
A cura di Ciro Brandi
LET ME IN

Il titolo originale della pellicola è “Let Me In”. Scritto e diretto dal talentuoso Matt Reeves (“Cloverfield”, prodotto da J.J. Abrams), il film è il remake statunitense dello svedese “Lasciami entrare” di Tomas Alfredson, del 2009, entrambi basati sull’omonimo romanzo di John Ajvide Lindqvist.

La pellicola racconta l’amicizia tra Owen (Kodi Smit-McPhee), un timido e solitario dodicenne, vessato dai suoi compagni di scuola. Una notte conosce una strana ragazza di nome Abby (Chloë Moretz), da poco venuta a vivere nelle vicinanze. È accompagnata da un uomo di mezza età, che lei dichiara essere suo padre. Man mano che approfondisce la conoscenza con la nuova e altrettanto solitaria amica, Owen si rende conto di un lato inquietante della personalità di Abby: la ragazza esce di casa solo di notte, è scalza ed affamata. Quando nella piccola comunità dove abitano iniziano a verificarsi macabri omicidi, Owen arriva a comprendere che l'amica è un vampiro ed è responsabile di quelle morti, ma invece di esserne spaventato, rimane sempre più affascinato dalla ragazza, fino a convincersi che nella loro amicizia potrebbe risiedere persino una soluzione drastica alla sua solitudine ed ai suoi problemi con gli altri coetanei.

Semplicemente fantastico. L’angoscia, la solitudine, l’ansia e la paura del primo film sono ripresi e spinti all’ennesima potenza. Il ritmo narrativo è più immediato, la suspence aumenta di fotogramma in fotogramma e la tecnica registica adottata da Reeves è sensazionale. La macchina da presa indugia su primi piani, su angolazioni al buio e nella penombra, il che ci tiene incollati alla poltrona, impauriti e affascinati, dal’inizio alla fine. I due piccoli protagonisti sono assolutamente eccezionali: il loro rapporto commuove, l’impossibilità di viverlo appieno ci fa venire il magone e, in alcuni casi, ci fa parteggiare addirittura per la piccola vampira. Ok, alcune scene vi porteranno alla mente “La finestra sul cortile” o “L’Esorcista”, ma Reeves è stato grandioso nel confezionare un prodotto di altissima qualità e originalità, non affossandolo con i soliti stereotipi horror del cinema americano.

Essere originali e trattare un tema come quello dell’amicizia/amore tra umanie  vampiri, oggi come oggi, non è affatto semplice. Basta nominare titoli di grandissimo successo come “Twilight” o le serie televisive “True Blood”, “The Vampire Diaries” e subito pensiamo che non sia più possibile fare qualcosa di diverso, affascinante e visivamente accattivante. Ebbene, Reeves ci è riuscito. Unico difetto? Alcune scene potrebbero essere un tantino troppo cruente, e quindi non consigliamo la visione ad un pubblico giovanissimo.

Voto: 8 ½

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