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GLBT Festival: Maria Beatty, la schiavitù della seduzione

In “Boy in a Bathtub”, assistiamo a una elegante, erotica e radicale storia d’amore, dolore e possessione, ambientata a Parigi negli anni ’20.
A cura di Alessio Gradogna
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Maria Beatty al GLBT Festival

Dopo aver analizzato nei giorni scorsi alcuni film a tematica omosessuale maschile presenti nel concorso lungometraggi del GLBT Festival, altri riproposti fuori concorso, e altri invece con storie d'amore tra donne, oggi a Torino abbiamo assistito a una dolorosa e sensuale avventura etero, contenuta in Boy in a Bathtub, della regista americana Maria Beatty, autrice specializzata in pellicole dalla forte connotazione erotica, e omaggiata dal festival con una mini-retrospettiva a lei dedicata, nella quale sono stati proiettati i suoi lavori, tra cui il radicale Bandaged.

Questo è il suo lungometraggio d'esordio, realizzato nel 2006, ed è ambientato nella Parigi degli anni '20. Flora, un'affascinante cortigiana, accoglie sotto il suo tetto Virgil, un giovane e inesperto fioraio. Lo seduce, lo educa all'Arte del sesso, se ne prende amorevolmente cura, lo lava e lo nutre, lo riempie di dolci e lussi, rendendolo completamente succube alla sua volontà. Virgil diventa un giocattolo, uno schiavo della passione, un concubino, e non può più fare a meno di lei. Nel frattempo, la conturbante Flora porta avanti anche una relazione oltre i limiti del sadomasochismo con un dottore di origini tedesche, che la mantiene nell'agiatezza; sarà proprio la gelosia per questo rapporto a rompere l'idillio tra la donna e il ragazzo.

Boy in a Bathtub è un film lento, trasognato, elegante, mellifluo, tattile, olfattivo, che scivola tra i colori, i gesti, i respiri e i profumi, in una sorta di favola erotica in cui il possesso, il sentimento, il dolore e la passione totalizzante si fondono insieme dando vita a un quadro tanto complesso quanto affascinante. La Beatty, oltre a proporre una messinscena quasi elegiaca, ha anche il merito di suggerire tanto senza però mostrare quasi nulla, in totale controtendenza con il cinema contemporaneo, in cui ormai tutto è esposto alla luce del sole senza più la benchè minima sfumatura. Onore a lei per questo.

Alessio Gradogna

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