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Il Profeta, la recensione

In uscita nelle nostre sale l’ottimo film francese di Jacques Audiard: un dramma carcerario teso, solido e coinvolgente. Da applausi.
A cura di Alessio Gradogna
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In uscita nelle sale italiane Il Profeta, di Jacques Audiard, il film francese dell'anno, trionfatore assoluto ai recenti César (9 premi vinti), e nominato all'Oscar. Un dramma carcerario teso e solidissimo, basato interamente sulla figura di El Djebena, un ragazzo arabo che deve scontare sei anni di condanna. Viene trasferito in una prigione in Corsica, e all'inizio è solo, senza amici nè legami. Il boss franco-corso Luciani lo nota, e gli offre la sua protezione, a patto che il ragazzo elimini un suo nemico. L'arabo, dopo mille tentennamenti, compie l'omicidio. Da quel momento, diventa l'uomo di fiducia di Luciani, il suo aiutante personale, e parallelamente inizia la sua inarrestabile scalata al potere nel micro-universo in cui è rinchiuso.

Di drammi carcerari, nella storia del cinema, ne abbiamo visti un'infinita. Da Curtiz a Parker, da Wise a Demme, dallo splendido Darabont di Le ali della libertà fino al Refn di Bronson. Non è facile dire ancora qualcosa di nuovo su questa tematica. Eppure Audiard ci riesce, dipanando una lunga narrazione (150 minuti) nella quale tratteggia con abilità una figura enigmatica e controversa, quella di El Djebena (il bravissimo Tahar Rahim), poche parole e tanti fatti, faccia d'Angelo e anima da giovane Diavolo, sicurezza nei propri mezzi che cresce come un fiore di primavera. Lui è Il Profeta, l'insospettabile Messia, colui che poco per volta sconvolge le regole prestabilite del carcere, compiendo, passo dopo passo, un'esiziale conquista del territorio, e una rivoluzione che a suo modo minerà le fondamenta dell'intero sistema.

In una Babele di nazionalità, etnie, linguaggi, caratteri e connotazioni mafiose, Audiard mette in scena un potente romanzo di formazione, attraverso un film scattante, nervoso e coinvolgente. Praticamente perfetta la prima ora, lievemente più discontinua la seconda, per poi però risalire alla grande, e giungere a un finale strepitoso (la penultima sequenza, nel cortile della prigione, nella quale il protagonista e Luciani prendono entrambi coscienza delle loro nuove e rispettive posizioni, è da antologia).

Il consiglio di guardare i film in lingua originale vale sempre e comunque. A maggior ragione per questa pellicola, parlata in arabo, corso e francese. Se potete, vedetelo con i sottotitoli. Ne vale la pena. Eccome.

Alessio Gradogna

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