Nella vita a volte si sceglie chi si vuole essere. Altre, è la vita a decidere chi tu debba diventare. La sua prima parola è stata ‘palla’ e da lì è nata la convocazione ufficiale. Mi chiamo Francesco Totti gioca la sua partita avendo come cronista lui, il Capitano con la maiuscola, chiuso in una cabina di montaggio a raccontare le immagini che spiegano com’è nato l’ottavo re di Roma. È un film commovente ma più di tutto è sincero, di una sincerità che disarma qualsiasi facile retorica intorno il concetto di mito e pone l’accento sull’uomo, incapace di sentirsi il monumento che è diventato e animato dal desiderio di essere, anche solo per un giorno, una persona ‘normale’.

La normalità è parte integrante di questo docufilm sulla vita del Pupone che, grazie alla maestria di Alex Infascelli (regista e documentarista conosciuto in tutto il mondo, premiato con un David nel 2016 per S Is for Stanley – Trent'anni dietro al volante per Stanley Kubrick, basato sui racconti di di Emilio D'Alessandro, autista e collaboratore di Stanley Kubrick per 30 anni), si traduce in qualcosa che, pur partendo da filmati amatoriali (girati da suo fratello), attraversa gli spogliatoi bui dell’Olimpico per spingersi oltre, sfondando più volte la barriera del politically correct per dimostrare come si dribblano abili avversari e spiegare il senso più profondo della parola destino.

Si spinge talmente oltre che riesce a eclissare lo stereotipo del calciatore ignorante e barzellettiere, accompagnato alla velina di turno e puntualmente giudicato per le sue intemperanze, per aprirsi alla figura di Francesco, che finalmente ha voglia di parlare al posto di Totti. Ha voglia di spiegare cosa ha provato in quei 17 km che lo hanno portato a considerare casa prima il quartiere di Porta Metronia e poi la sua Trigoria, dove ha indossato, sorridente, gli scarpini e poi in lacrime ha dovuto appenderli al chiodo. Quando ha sbagliato alcuni gol o ne ha segnato altri decisivi, quando si è sentito sbagliato e all’improvviso ha pensato invece di essere l’unico possibile. Continue epifanie che si susseguono alle immagini e risolvono i dubbi e le libere interpretazioni che un personaggio così riservato non poteva che generare, di fatto trasformando questo film in una bellissima occasione. Per lui e pure per noi.

Ci si emoziona molto ma non per la ‘banalità’ del distacco o perché si assiste al commovente rewind di un'incredibile carriera sportiva arrivata agli sgoccioli, bensì per il delicato incedere di fasi e trasformazioni che, per quanto insolite nella loro eccezionalità, riescono a trascinare lo spettatore nel vortice di una sfera umana poco abusata e, quindi, preziosa.

Lungi da Infanscelli la volontà di delineare la figura di un dio, men che meno da Totti quella di riconoscersi davvero in uno dei solenni monumenti di Roma, tra echi felliniani e bellezze sorrentiniane da Oscar, tutt’altro. Le intenzioni più autentiche si rifugiano nei palleggi di un bambino troppo timido per immaginarsi un fuoriclasse al di là dei cancelli della sua scuola e nella capacità di continuare a guardarsi con lo stesso candore. La musica alla fine mette il cappello: le note di Children di Robert Miles aiutano a riavvolgere questo nastro e nella macchina a guardare fuori dal finestrino c’è Francesco.

E quasi sembra di essergli seduti accanto.