Il giovane Louis-Julien Petit firma “Le Invisibili”(“Les Invisibles”), terza prova da regista dopo i bellissimi “Discount”(2014) e “Carole Matthieu”(2016). Blockbuster in Francia con più di 10 milioni di euro incassati al botteghino, la pellicola è basata sul libro “Sur la route des invisibles” e sul documentario “Femmes Invisibles – Survivre à la rue”, di Claire Lajeunie e racconta la storia di 4 assistenti sociali – interpretate da Audrey Lamy, Corinne Masiero, Noémie Lvovsky e Déborah Lukumuena – che lavorano all’Envol, un centro che assiste le donne senza fissa dimora. Quando, però, il Comune decide di chiuderlo, le quattro si adopereranno per cercare un lavoro alle loro assistite, violando ogni tipo di regola seguendo solo quella della solidarietà femminile.

Il regista ha raccontato quanto segue:

Il libro di Claire Lajeunie mi ha subito colpito: era di gran lunga lontano dall’approccio che mi sarei aspettato a un argomento del genere, perché le donne che vi sono ritratte hanno storie incredibilmente complesse, sono commoventi ma a volte anche divertenti, malgrado il dramma della loro situazione. Con la mia produttrice, Liza Benguigui, abbiamo acquistato i diritti per farne un film, nella convinzione che queste donne, insieme fragili e combattive, sarebbero state un soggetto perfetto.

David Chambille si è occupato della fotografia mentre il montaggio è di Antoine Vareille e Nathan Delannoy. Scenografie e trucco sono, rispettivamente, di Arnaud Bouniort e Romain Marietti mentre le musiche sono state composte interamente da Laurent Perez Del Mar. “Le Invisibili” sarà distribuito nelle nostre sale da Teodora Film a partire dal prossimo 18 aprile.

La trama

Audrey, Manu, Hélène e Angélique sono quattro assistenti sociali dell’Envol, un centro diurno che fornisce assistenza alle donne senza fissa dimora. Quando il Comune decide di chiuderlo, si lanciano in una missione impossibile: dedicare gli ultimi mesi a trovare un lavoro al variopinto gruppo delle loro assistite, abituare a vivere in strada. Violando ogni regola e incappando in una serie di equivoci, riusciranno infine a dimostrare che la solidarietà al femminile può fare miracoli.

Il cast

Audrey Lamy (Audrey) ha iniziato a lavorare nel cinema nel 2008 ma il successo arriva grazie alla sitcom “Scènes de Ménages”. Nel 2010 viene candidata ai Premi César per “Tout ce qui brille” e, dopo alcune esperienze a teatro, gira le commedie “Le Talent de Mes Amis” e “Qui c’est le Plus Forts”. Corinne Masiero (Manu), dopo un passato fatto di droga e prostituzione, viene salvata dall’amore per il teatro, approdando in una piccola compagnia. Al cinema, invece, sarà in “Germinal”, di Claude Berri; “La vita sognata dagli angeli”, diretto da Erick Zonca e “Louise Wimmer”, di Cyril Mennegun, che le regala anche una nomination ai Premi César. E’ stata anche la protagonista di tutti i film precedenti di Louis-Julien Petit.  Noémie Lvovsky (Hélène) esordisce come regista nel 1994 col film “Oublie-moi” e già nel 1999, grazie al film “La vie ne me fait pas peur” vince il Pardo d’oro al Festival di Locarno. Nel 2012, dirige e interpreta “Camille redouble”, candidato a 3 Premi César. Ultimamente ha collaborato alla sceneggiatura de “I Villeggianti”, diretto dalla sua amica Valeria Bruni Tedeschi. Déborah Lukumena (Angélique), invece, inizia, la sua carriera col film “Divines” di Houda Benyamina, vincitore della Caméra d’Or al Festival di Cannes, facendole vincere un César come Miglior attrice non protagonista. In seguito, è stata assoldata da Julien Guetta per il suo “Roulez jeunesse”. Il resto del cast è composto da: Sarah Suco (Julie), Pablo Pauly (Dimitri), Brigitte Sy (Béatrice), Quentin Faure (Laurent) e Fatsah Bouyahmed (Esteban).

Le curiosità sul film che dovete sapere

1. La pellicola ha avuto una proiezione speciale, lo scorso il 17 febbraio, al Palazzo dell'Eliseo, davanti a una quarantina di persone, tra cui il Presidente della repubblica Macron e la moglie Brigitte.

2. Il regista ha raccontato che, per più di un anno, ha incontrato donne senza fissa dimora in vari centri sparsi per la Francia, e, al tempo stesso, ha avuto modo di conoscere le assistenti sociali, in gran parte donne, familiarizzando con il loro lavoro.

3. Per il suo film, Petit si è ispirato alla tradizione del cinema sociale britannico, da “Full Monty” a “Pride”, perché voleva girare un film luminoso, pieno di  speranza e focalizzato sulla coesione del gruppo, sul modo in cui ci si aiuta reciprocamente per fronteggiare le avversità.