Di primo impulso, verrebbe da commentare la grande vittoria della bellezza (meglio non esagerare con un aggettivo così impegnativo) come farebbe Sorrentino alias Gambardella: il mio giudizio è positivo (con quelli che lo stroncano) o negativo (con quelli che lo esaltano). Però è meglio non eccedere con gli egocentrismi che hanno posato le fondamenta del successo conseguito dal film nella ‘riserva indiana’ dei migliori stranieri. Bisogna premettere, infatti, che appare sempre un po’ ridicolo aprire un match di lotta libera con le deliberazioni di un corpo votante pletorico e limaccioso come quello degli Academy Awards.

Gli Oscar hanno un forte peso, talvolta centrano il bersaglio, qualche altra no e qualcun’altra ancora non fanno che proteggere il cosiddetto gusto medio delle corporazioni di Hollywood. Basta che gli attuali aedi del trionfo tricolore non si dimentichino di quando indulgevano al più vieto antiamericanismo, designando, in pratica, la distribuzione delle statuette come uno dei tanti show da cowboy. Dunque, La grande bellezza: sarebbe di cattivo gusto eccepire in nome e per conto di difetti, per così dire, indiretti (è fatto per accattivarsi gli americani, non può essere artistico perché l’ha coprodotto la Medusa di Berlusconi, ha scopiazzato Fellini, lo scrittore La Capria o addirittura il sito di Dagospia ecc.).

Per noi il film è costituito, proprio come declama nel finale la voce fuori campo, da “incostanti sprazzi di bellezza”: se sul talento estrosamente cinefilo del regista napoletano, anzi vomerese (il dato ha la sua importanza) non c’è niente da discutere, è auspicabile che all’acme della soddisfazione –giustificata a dispetto del noto autolesionismo italico- sia lasciato un magnanimo spazio a chi ha sofferto l’eccessivo compiacimento, i dialoghi-sentenze, il bombardamento di citazioni e frasi a effetto, la giornalista nana e il volo roseo dei fenicotteri.

Pasolini parlava dello scandalo del contraddirsi: più modestamente deve praticarlo anche chi scrive perché, al di là dell’odissea romanocentrica Sorrentino-style, gli Oscar 2014 suscitano un’indignazione non in linea con la premessa sindrome di velleitarismo. Bisognerebbe intitolarlo, infatti, “Il grande furto”, il brutto film che il verdetto ha girato su Leonardo Di Caprio, ancora una volta martoriato dall’imperscrutabile ostilità dell’Academy: non che il McConaughey di Dallas Buyers Club sia immeritevole, ma la ciclopica immedesimazione nel magma di Wall Street resta di tutt’altro spessore rispetto alla parabola dell’ex machista omofobo che diventa paladino dei malati di Aids.

Ecco il punto, come dire, purulento: se un marziano planasse sul nostro pianeta nel corso della cerimonia al Dolby Theatre dovrebbe per forza dedurne che Hollywood sia il bastione terrestre di un sinistrismo consolatorio e mellifluo. 12 anni schiavo, infatti, che avrebbe sbaragliato i veri “migliori” American Hustle, The Wolf of Wall Street e Her è un mediocre centone propagandistico: il contenuto, ovviamente nobile e necessario, fa strame delle minime qualità di forma, mentre stile, ritmo e pathos risultano rimpiazzati da un elenco di orrori razzisti peraltro sospetti di compiacimento. Il mio astratto furore si è appena spento grazie ai riconoscimenti assegnati alla regia ipnotizzante di Cuaron, alla sceneggiatura del futuristico poema amoroso Her e al virtuosismo del finto-trans Leto, quando lo risento salirmi pericolosamente alla testa…

No, non si può sacrificare il cinema-cinema sull’altare di un malinteso ‘obamismo’ preferendo una Lupita Nyong’o di routine alla sorella cafona Hawkins di Blue Jasmine o alla mamma chiacchierona e scurrile Squibb di Nebraska. Quanto a Cate Blanchett, certo, è la mattatrice di un film griffato Woodyallen, ma qui il peccato originale rimane, ahinoi, fuori scena: dove avete buttato, egregi parrucconi del politicamente corretto, la meravigliosa performance di Emma Thompson in Saving Mr. Banks?