Il Festival di Cannes il 14 Maggio ha aperto le danze e dopo i saluti iniziali del padrino della rassegna, l'attore e regista Edouard Baer, è il momento di accogliere la giuria del concorso. Quest'anno a capo dei nove giurati ci sarà il regista messicano Alejandro González Iñárritu, uno tra i cineasti più controversi degli ultimi anni, autore di film come Birdman e The Revenant che gli hanno portato le ambite statuette degli Oscar.

La giuria di Cannes 2019

La giuria della kermesse francese è costituita da grandi esponenti della regia internazionale, da Yorgos Lanthimos a Pawel Pawlikowski, alla nostrana Alice Rohrwacher, al regista di 120 Battiti al minuto, il film sull'esplosione dell' Aids, diretto dal francese Robert Campillo; fino ad arrivare a Maimouna N'Diaye cineasta del Burkina Faso, o all'attrice americana Elle Fanning. Tutti portatori di idee diverse e contrastanti, ma che convergono in un unico grande progetto di promozione e valorizzazione della cultura cinematografica. Nella sua nuova veste di presidente, Inarritu si mostra deciso e concentrato, soprattutto evidenzia quali siano gli obiettivi che lui e i suoi colleghi si sono prefissati, ed esordisce nella cerimonia di apertura:

Lavoriamo per non far morire l'esperienza collettiva del cinema. Non ho assolutamente niente contro l'idea di vedere film sul cellulare, sul computer o sull'Ipad lo faccio anche io, ma vedere un film non vuol dire guardare, non è certo fare una esperienza, il cinema è nato per essere un'esperienza collettiva. Ogni tanto rifletto su come avrebbero reagito in passato sull'idea di ascoltare Beethoven in macchina, la musica che esce da quattro casse. Ma una cosa non deve escludere l'altra, sarebbe brutto pensare che visto che esiste la riproduzione digitale non si più più sentire Beethoven in una sala da concerto

Iñárritu e l'arte come risposta politica

Il regista che ha permesso a Leonardo Di Caprio di ottenere la tanto bramata statuetta è il primo sudamericano a presiedere la giuria nella storia del Festival di Cannes, nel suo discorso si sofferma nel ricordare i privilegi di cui ha potuto godere proprio all'interno di questa rassegna, ironizzando su quanti anni siano passati dalla sua prima partecipazione al concorso: "Ero qui vent'anni fa alla Semaine de la Critique con Amores perros e mai avrei immaginato l'onore di essere il Presidente di giuria". Ricorda, inoltre, la sua recente esperienza del 2017 quando ha presentato la sua esperienza di realtà virtuale "Carne y arena" con la quale raccontava ciò che stava accadendo nella frontiera tra Stati Uniti e Messico, oltre che in altri confini, dove gli uomini rischiano la vita, per ribellarsi ad una crudeltà priva di senso, ed è qui che il discorso del regista messicano prende un tono marcatamente politico:

Io sono un artista e il mio modo di reagire è esprimermi attraverso il mio lavoro anche perché credo che quello che sta succedendo in tanti paesi del mondo sia la conseguenza di tenere le persone nell'ignoranza perché è facile manipolare le persone quando sono ignoranti. Sappiamo che se andiamo avanti così ci ritroveremo nel 1939 e lì che porta tutta questa retorica, abbiamo l'illusione di evolvere con tecnologia e social media ma poi invece ci ritroviamo isolati e tornati alla paranoia dei tempi medievali.

Un messaggio forte, di chi non ha il timore di mostrare le proprie idee, ma soprattutto di un artista che crede ancora nel potere dell'arte e della cultura per favorire l'evoluzione di un'umanità che si sta perdendo in polemiche sterili e retrograde, che nulla hanno a che vedere con l'evoluzione del pensiero che si aspetterebbe da un mondo intento a correre senza mai fermarsi.