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Opinioni
1 Dicembre 2014
15:20

“Dothraki” per tutti: la lingua de ‘Il trono di spade’ esiste e si può parlare

L’ha creata il linguista David Peterson su commissione della HBO, nei libri era molto più vaga e ora è arrivata a 4.000 vocaboli e una grammatica completa.
A cura di Gabriele Niola
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“Shekh ma shieraki anni” lo dice una donna ad un uomo e significa “Mio sole e mie stelle”; “Jalan atthirari anni” lo dice invece un uomo ad una donna e significa “Luna della mia vita”. Sono gli elementi base del dothraki, lingua inventata da David Peterson (appena 30enne) per la serie tv Il trono di spade, uno degli idiomi più complessi tra quelli creati da zero, arriva a quasi 4.000 vocaboli (a 10.000 si è al livello di un corso di laurea in lingue). Peterson è un “conlanger” cioè creatore di lingue fasulle, anche se in realtà prima dell’incarico datogli dalla HBO era semplicemente un disoccupato, laureato in lingue all’università di San Diego e creatore di almeno 10 altri linguaggi fasulli per hobby (si trovano tutti sul suo poco curato sito). È stato scelto per lavorare alla serie dopo aver vinto un concorso aperto a tutti indetto dalla rete televisiva (criterio di selezione che letto dal nostro paese fa venire da piangere).

Il luogo comune più abusato sulle straordinarie serie tv americane degli ultimi anni è che siano come, se non meglio, del cinema ma in realtà stiamo scoprendo che per certi versi il livello di approfondimento e dettaglio che raggiungono somiglia più alla letteratura. Il fatto che facciano anche più uso del cinema dei linguisti per creare delle vere lingue là dove si è quasi sempre lavorato con parole a caso la dice lunga. George Martin nei suoi libri non si era molto dilungato sulle lingue (almeno non quanto aveva fatto per Il signore degli anelli Tolkien che era un linguista egli stesso), ci sono pochi dialoghi e non una grammatica coerente, solo alcune parole dal suono simile e dalle radici in comune, insomma nulla di paragonabile all’espansione che la HBO ha preteso per la serie dopo un iniziale tentativo di usare le più comuni “parole a caso”. A detta degli stessi autori i primi esperimenti di “dothraki a caso” erano terribili: “Tutto aveva un suono stupidissimo”.

Principi base:
La particolarità del dothraki è di essere una lingua in cui più della costruzione delle frasi conta l’inflessione, cioè come le parole sono pronunciate (in questo aspetto è simile al giapponese). La grammatica dei verbi lavora molto sulle combinazioni con gli ausiliari e anche come questi si accompagnino ai casi dei sostantivi. I sostantivi dal canto loro prendono forme diverse a seconda del ruolo che giocano nella frase.

Convenevoli:

  • Hash yer dothrae chek? – Come stai? (lett. Cavalchi bene?)
  • Fonas chek! goodbye – Buona caccia! (com commiato)
  • Yer chomoe anna– Tu mi onori
  • San athchomari yeraan! – Grazie! (lett. Molti onori a te)

Insulti:

  • Es havazhaan! – Vai a farti fottere (lett. Vai in mare!)
  • Ifas maisi yeri – Vai a camminare con tua madre
  • Ezas eshna gech ahilee! – Trovati un altro buco da scavare!.
  • vikeesi – in gergo un uomo fastidioso
  • Anha vazhak yeraan thirat – Ti lascerò vivere
  • Ki fin yeni! – Che cazzo! (lett. per quale fallimento!)

Conversazione spicciola:

  • Yer zheanae (sekke) – Sei (molto) bella
  • Hash yer ray tih zhavors chiorisi anni? – Avete per caso visto il drago della mia donna?
  • Hash yer laz azhi hakees vekhikhi fin laz affiezoe noreth chek? – Puoi raccomandarmi un buon intrecciatore di capelli?
  • Hash me laz adakha jin zhoris? – Questi cuori sono commestibili?
  • Me zisosh disse – È solo una ferita superficiale

David Peterson non è certo il primo conlanger a lavorare per tv e cinema, anzi. Il ruolo nasce con Star Trek III nel 1984, quando il linguista Mark Okrand creò la lingua Klingon (parlata seriamente da poco meno di 20 persone al mondo) ed è arrivato al suo apice grazie a Paul Frommer, creatore della lingua dei Na’Vi per Avatar e di quella dei marziani di John Carter (il barsoomian). Si tratta di uno dei tratti più evidenti di come il racconto per immagini di cinema e tv sia cambiato negli ultimi anni, passando dalla vivace leggerezza da “fabbrica dei sogni” a creazione di piccoli universi coerenti e complessi, in grado di appassionare e avvincere spettatori diversi a livelli diversi.

Diventato in breve il linguista di fiducia della HBO, David Peterson lavora adesso a diverse altre serie ma è su Il trono di spade che passa la maggior parte del tempo, non ha infatti creato solo il dothraki (che rimane la sua lingua più nota e complessa) ma moltissimi altri idiomi, perfettamente canonizzati nella grammatica e nella pronuncia, solo dotati di meno vocaboli perchè meno usati. È suo infatti anche il valyriano (lingua antica e molto nobile) dotata di due varianti principali: il valyriano alto (lingua madre della khaleesi, nonchè quella della fondamentale battuta “Valar morghulis” cioè “Tutti gli uomini devono morire” ) e il più popolare valyriano basso (che parla invece il suo esercito). Inoltre ha messo a punto elementi della lingua di Astapori e di Meereenese che derivano sempre dal ceppo valyriano ma appartengono ad altri popoli e quindi sono diverse, più qualche parola o frase sparsa di altre lingue che si sentono molto meno.

A riprova della vitalità e complessità del dothraki non è difficile trovare online piccoli manuali di conversazione anche se recentemente Peterson ha messo in commercio il primo vero manuale per impararlo (praticamente la perfetta idea regalo geek per Natale 2014), intitolato Living Language Dothraki, con app per iOs e CD audio per la pronuncia, che è tutto un altro affare rispetto a creare una lingua. Peterson non si ritiene infatti il migliore a parlare il dothraki, se deve fare un discorso lungo non ci riesce in un colpo solo mentre ammira non solo il lavoro di Jason Momoa (Khal Drogo), all’atto di pronunciare il suo lungo monologo durante la prima stagione, e di Emilia Clarke (la khaleesi, che poi vuol dire “regina”), in grado di parlare diverse lingue della serie, ma soprattutto quello di Jacob Anderson (Verme grigio) che ha un valyriano basso talmente buono e fluido che lo stesso Peterson pensa a lui quando cerca di pronunciarlo.

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