Il 16 luglio “Transformers 4: L’era dell’estinzione” sbarcherà nelle nostre sale. L'aspettativa è alta, visto che nei 12 paesi in cui è già uscito (tra cui USA, Cina, Australia, Canada, Danimarca e Gran Bretagna) è riuscito a racimolare più di 300 milioni di dollari. Un successo clamoroso e alquanto scontato, dato che i fan dei robottoni Hasbro sono milioni in tutto il mondo e questo quarto capitolo, una sorta di semi-reboot con protagonisti nuovi di zecca, era attesissimo. Sebbene dopo il terzo capitolo il regista Michael Bay pare avesse deciso di non occuparsi più della saga, preannunciando forse un cambio della guardia in cabina di regia, anche il quarto episodio alla fine è entrato nei suoi progetti e mostra il suo tocco inconfondibile. D’altronde, i numeri parlano chiaro:  il primo capitolo “Transformers” (2007) ha incassato 709 milioni di dollari; il secondo “Transformers: La vendetta del caduto” (2009) 863 milioni  e “Transformers 3 – Dark Of The Moon” (2011) 1 miliardo e 123 milioni di dollari.

Un successo colossale che non convince per nulla i critici

In “Transformers 4: L’era dell’estinzione” siamo a quattro anni di distanza dagli eventi di Chiacago che hanno cambiato radicalmente i rapporti tra i robot e le istituzioni terrestri. Abbandonati dal governo degli Stati Uniti, sfruttati da compagnie di soluzioni tecnologiche e braccati da cacciatori alieni d’accordo con la CIA, Optimus Prime e i suoi Autobot dovranno trovare nuovi alleati. L’atmosfera non cambia e tornano tutti gli elementi che hanno reso un successo colossale la saga di Bay: attori stellari, effetti speciali da Oscar, scene d’azione da almanacco, rallenty da urlo, tramonti mozzafiato, città distrutte dalla furia “aliena”, il bene che vince sul male e il finale sempre aperto che preannuncia un quinto (ed un sesto!) capitolo, già nei cantieri della Paramount. Ma allora perché i critici di tutto il mondo l’hanno denigrato? In realtà, ci sono molti buchi che, a lungo andare, non sono stati colmati dal regista, bensì portati ad una dimensione ancora più esasperata, andando incontro al gusto dei fan e ferendo a morte quello dei critici. Ma di questo, il buon Bay sembra fregarsene altamente. Nelle quasi tre ore (165 minuti) il regista sfodera l’artiglieria pesante, sostituendo Shia LaBoeuf con il muscoloso Mark Wahlberg – già diretto nel suo precedente “Pain & Gain- Muscoli e Denaro” – ai quali affianca i giovanissimi (tanto belli quanto insignificanti) Nicola Peltz e Jack Reynor. Senza contare Stanley Tucci, il “cattivo” della quarta avventura, al quale concede anche la parte “dissacrante” del film, e Kelsey Grammer, perfido Harold Attinger, molto più credibile e misterioso.

I robot soppiantano gli umani (e persino il regista)

Il maggior punto debole dell’intera pellicola è proprio la componente “umana” che non ha assolutamente senso (e spessore) in un contesto dove i robot vincono 7 a 1, per riprendere il risultato calcistico dell’ultima disastrosa partita del Brasile ai Mondiali. Autobot, Decepticons, Galvatron, Dinobot, Creatori sono i soli e veri protagonisti del film, con le loro acrobazie, le armature che brillano al sole, i combattimenti incomprensibili e da nausea, ma di grandissimo impatto visivo, e questo è quello che conta. La gente non aspetta altro che vederli in scena e la prima ora è alquanto soporifera, dato che è quella dove c'è più interazione tra attori in carne e ossa. Non importa se la sceneggiatura sembra scritta da un patriota americano di 1o anni (con tutto il rispetto), o se i ruoli dei protagonisti "umani" sono talmente stereotipati da risultare fastidiosi (vedi il rapporto padre/figlia e il fidanzato che litiga col suocero…). Tutto questo fa da contorno e il fan incallito passerà sopra anche gli “stacchi” improvvisi tra una scena e l’altra che fanno perdere il filo della storia senza mai più ritrovarlo, data la prolissità della sceneggiatura. Distruzione, ri-creazione e semi-estinzione, tutte fasi attuate dai robot, non certo dagli umani, e lo stesso Bay finisce per essere vittima (in)consapevole del potere mediatico delle sue stesse creature, pur di soddisfare il Dio Entertainment.

Le favolose location di Hong Kong e il progetto del quinto capitolo

C’è da dire però che, negli anni, gli effetti speciali sono migliorati notevolmente. Senza voler spoilerare troppo, in “Transformers 4” vedrete delle scene che confermeranno la fama di talentuoso visionario vantata da Michael Bay (vedi quando Optimus Prime cavalca il Dinobot o l’epico scontro finale ad Hong Kong) e che faranno gridare di gioia i fan della saga. Le parti migliori della pellicola sono proprio quelle in cui il regista si sposta ad Hong Kong, dove gli scenari (naturali o ricostruiti) sono un assoluto tocco magico – anche molto “studiato” dato che si è sempre a caccia di nuovi “produttori” e/o fonti di denaro al di fuori della propria patria e la Cina è un serbatoio immenso in questo momento storico – il plus che sposta l’attenzione dello spettatore su un altro livello, che offre il “nuovo” che tutti si aspettavano, lasciando la già “distrutta” America alle spalle. Dovendo dargli un voto, considerando tutti gli elementi analizzati finora, si potrebbe azzardare una sufficienza, con la speranza che per i prossimi capitoli ci si possa aspettare qualcosa di “rivoluzionario” che riequilibri il rapporto tra umani e robot – come era già accaduto nel primo capitolo – anche se questo significasse sacrificare parte degli effetti speciali, e soprattutto, dare assolutamente maggiore importanza alla sceneggiatura che, stavolta, non è decisamente all’altezza del franchising.