Ah, i film della Disney! Ogni volta che ne guardi uno, si finisce giocoforza a cercare il fazzoletto nelle tasche. L'ultimo capolavoro firmato con Pixar non è certo da meno. "Coco", a dispetto del fatto che è uscito ormai da un mese e mezzo, continua a campeggiare stabilmente in cima ai trend del mondo e, come in Italia, e tra i 10 film più visti al cinema. Continua a stupire e porta pubblico in sala questa fantastica avventura di Miguel Rivera che, sfidando la rigida imposizione della famiglia che proibisce ogni cosa che abbia a che fare con la musica, finisce nella dimensione delle anime alla ricerca del suo bisnonno con lo scopo di consolidare e rivendicare la sua passione.

Prima di "Coco"

Tralasciando le sfumature della trama, ampiamente analizzata dal nostro Ciro Brandi, "Coco" riveste un'importanza topica per l'immagine del Messico in questo momento storico, soprattutto se rapportato alla retorica di Donald Trump sui ‘mangiafagioli‘. Ogni colore, ogni sentimento, suona come uno schiaffo poderoso sulla faccia dell'amministrazione trumpista. Prima di "Coco", il Messico era considerato al cinema come il luogo della violenza per eccellenza, pensiamo a Narcos (è in Messico che sarà ambientata la quarta stagione di Narcos), a El Chapo Guzman (su Netflix abbondano le produzioni dedicate alla rivalutazione del sanguinario narcotrafficante).

Que viva Mexico!

Il Messico prima di "Coco" era il luogo delle cose brutte, degli uomini "che infestano gli Stati Uniti d'America". Parola di Trump. Dopo il film della Disney-Pixar, riconosciamo finalmente la parte più pura, e sì oleografica, del paese dell'America Latina. Lo facciamo attraverso la sua festa più colorata, El Dia de los muertos. Non è un'emozione scontata in un momento storico in cui qualcuno sta continuando ad alzare un muro tra i confini messicani e statunitensi. Non dovesse bastare il film, Steve Rose per il Guardian ha fatto questa settimana un bilancio interessante a sostegno della tesi anti-trumpista, ricordando come il mondo di Hollywood tenga in grandissima considerazione i messicani, non solo dal 2017. Guillermo Del Toro con "The Shape o Water" è in odore di Oscar, Alejandro González Iñárritu ne ha già vinti due con "The Revenant" e "Birdman", uno ad Alfonso Cuarón per "Gravity".

Il narcotraffico, la guerra civile.

Non equivochiamo. Il Messico continua ad avere nel narcotraffico una spina nel costato, una questione di cui non se ne parla mai abbastanza, soprattutto in ambito internazionale, e che fa numeri da guerra civile. Resta il paese in cui la lista dei giornalisti assassinati o scomparsi senza spiegazione si aggiorna drammaticamente di anno in anno. Il paese in cui le bande rivale compiono efferatezze di ogni genere, come dimostra il video in cui il Gruppo Sombra, legato al CDG, sgozza una comandante dei Los Zetas, prima alleati ora grandi rivali sullo scacchiere criminale. Tutto questo, però, non c'entra nulla con la violenta retorica anti-messicana di Donald Trump e "Coco", a prescindere dalle intenzioni Disney, rischia di diventare un manifesto contro l'assurda e presuntuosa campagna d'odio del Presidente tycoon.