Opinioni
1 Marzo 2016
11:05

Gli Oscar saranno razzisti ma di sicuro non sottovalutano gli afroamericani

Si è conclusa l’edizione più polemica della storia degli Oscar e forse si è chiusa un’era. Dalla prossima l’Academy prenderà provvedimenti per includere più artisti di colore ma il sospetto è che la cura sarà peggiore della malattia.
A cura di Gabriele Niola

Se le quote rosa sono un rimedio poco efficace al problema della scarsa rappresentazione femminile in politica, figuriamoci le quote nere agli Oscar! Eppure, dopo il baccano che artisti di colore e supporter di ogni etnia hanno fatto quest’anno per l’esclusione di nominati afroamericani dalla premiazione, sarà quello che vedremo con tutta probabilità a partire dall’edizione 2016. Tutto è partito da Will Smith, seguito poi da Spike Lee e da un mare crescente di illustri afroamericani e non. Non solo nessun film con afroamericani protagonisti è stato nominato, ma in quei pochi casi in cui è successo (vedasi Straight Outta Compton o Creed) le persone portate in nomination erano bianche. Nessun attore di colore tra i migliori attori, nessun regista di colore, nessun montatore di colore e via dicendo. In realtà “di colore” sarebbe anche sbagliato, perché la polemica non riguarda tutte le etnie ma solo quella afroamericana.

Nonostante non sia stato un anno stellare per il cinema nero, nonostante due anni fa abbia trionfato 12 anni schiavo, lo stesso l’esclusione totale pare esagerata ma non infrequente in una manifestazione come gli Oscar. Storicamente infatti i premi americani si concentrano su pochi titoli a cui assegnare tutto, di fatto monopolizzando le nomination intorno ai soliti noti, bianchi o neri che siano. I cambiamenti che probabilmente l’Academy apporterà dall’anno prossimo dunque amplieranno questa schiera ma non risolveranno la causa della scarsa rappresentazione agli Oscar, il fatto cioè che gli afroamericani sono proprio presenti in meno film. Lo ha detto, tra le molte cose, Chris Rock nel suo monologo iniziale: l’elite bianca e liberal a capo di Hollywood non assume afroamericani. Lo stesso l’impressione che la polemica e le sue conseguenze siano sovradimensionate rimane forte.

L’Economist ha infatti provato a mettere in fila i numeri e ha scoperto che la percentuale di nominati e soprattutto di vincitori di Oscar, da quando esiste la manifestazione, rispecchia le proporzioni tra bianchi e neri negli Stati Uniti. Gli afroamericani non sono moltissimi, circa il 12% del totale della popolazione, e nelle arti come nello sport per loro merito sono sovrarappresentati. In assoluto circa il 10% dei nominati di sempre è afroamericano e circa il 15% degli Oscar assegnati pure. La comunità nera fa bene a lamentarsi del fatto che questi premi arrivino sempre quando interpretano schiavi o personale domestico (da 12 anni schiavo a The Help fino indietro a Via col vento), ma questo ha a che vedere con il “come” e non con il “quanto”, ha a che fare con i ruoli per i quali vengono scritturati e non con i premi che gli vengono assegnati.

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Gli ispanici ad esempio sono una parte più importante della popolazione statunitense rispetto agli afroamericani (circa il 16%) e, se si escludono le ultime edizioni nelle quali grazie ai film dei messicani Iñarritu e Cuaron abbiamo visto più ispanici della media, storicamente non sono stati rappresentati dalla premiazione, tuttavia nessuno parla di un boicottaggio ispanico. La realtà delle cose non è che Hollywood è razzista ma che la presenza afroamericana nel cinema non rappresenta tanto la loro influenza culturale (immensa e difficile da sottovalutare), quanto la loro incidenza sul totale della popolazione. Se è un problema culturale allora come potrà mai una forzata maggior presenza nelle nomination ai premi di categoria aiutare?

Nonostante il rispetto e il diritto di ogni afroamericano a lottare per occupare posizioni rilevanti nell’industria occorre ammettere che la domanda se l’Academy sia davvero razzista è di grande impatto ma ha poca sostanza. Anche perché si scontra innanzitutto contro il fatto che la persona che presiede l’associazione, Cheryl Boone Isaacs, è una donna afroamericana. Inoltre, guardando nello specifico a quest’annata, per un escluso eccellente come Samuel L. Jackson, che in The Hateful Eight ha messo a segno un’interpretazione più che degna, ce ne sono molti altri che non paiono proprio così clamorosi. Dallo sciapo Michael B. Jordan per il suo ruolo protagonista in Creed, a Ryan Coogler che dello stesso film è stato sceneggiatore e regista con poca fantasia, fino a Will Smith, retorico e incolore in Concussion, fino agli autori del piatto Straight Outta Compton, film importantissimo per la cultura afroamericana ma anche dimenticabile autocelebrazione se lo si guarda dal punto di vista della storia del cinema, non parliamo di dimenticanze clamorose. Insomma è probabile che quantunque fossero stati pieni di bianchi questi film non avrebbero comunque ricevuto alcun invito per la serata al Dolby Theatre.

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