Sta facendo il giro del mondo l'audio rubato di Tom Cruise che sfoga la sua rabbia contro i componenti della troupe del suo film, Mission Impossible 7, dopo il mancato rispetto delle norme anti Covid sul set. Parole pesantissime, che isolate dal contesto rischiano di essere fraintese, confuse, comparate erroneamente ad una di quelle classiche sfuriate esibizioniste che non riterremmo assurde se accostate ad Hollywood e i suoi rappresentanti.

Ma qui il divismo non c'entra nulla. Lo scatto d'ira di Cruise, durissimo per toni ed anche per le minacce tutt'altro che sottintese, irrompe con potenza nella nostra quotidianità addomesticata al virus, regalandoci un'altra puntata del rapporto tra i personaggi pubblici e la realtà travolta dalla pandemia. Capitolo di enorme rilevanza se consideriamo quanto il Coronavirus abbia moltiplicato il valore simbolico delle azioni compiute dai vip.

L'attore si sgola, minaccia licenziamenti se qualcuno non rispetterà nuovamente le regole, manda a quel paese le persone andando ben oltre il limite dell'approccio conciliante, con un messaggio finale univoco: dovete essere responsabili, delle vostre scuse non me ne faccio nulla, andate a dire scusa a chi ha perso il lavoro e non può mettere il piatto a tavola, la vostra irresponsabilità contribuisce al crollo di questo settore. La rabbia incontenibile di Tom Cruise, più che apparire arrogante, proterva e prepotente, riesce a dare voce a un sentimento comune che nasce da scene cui assistiamo quotidianamente, comportamenti sbagliati, parole che tendono a minimizzare o a normalizzare la portata del virus.

Sono un monito simbolico che non è diretto ai soli cosiddetti negazionisti del virus, come se questi fossero una categoria definita, bensì contro quella leggerezza nella quale tutti noi, ma proprio tutti, siamo caduti negli ultimi mesi. Quella volta in cui ci siamo avvicinati troppo a un'altra persona che non fosse definibile come contatto stretto o congiunto, quando siamo stati insieme a troppe persone in un luogo chiuso raccontandoci che almeno una volta ce lo meritavamo, quando abbiamo rivendicato il diritto al cenone di Natale dopo un anno di sacrifici. Le parole di Tom Cruise restano lì, feroci e impassibili, a dirci che pure se non ce la facciamo più, se il Covid sta mettendo a dura prova il nostro equilibrio psicofisico, dobbiamo avere responsabilità, capire che quella violazione commessa (suvvia, chi non ne ha commessa una) non è un'autorizzazione a ripeterla perché in fondo non è successo nulla di male e nessuno è morto o si è ammalato. Non dobbiamo sentirci in colpa, ma semplicemente non dobbiamo rifarlo, ci tocca essere responsabili, "cazzo!" (libera citazione del discorso di Tom Cruise). E ci tocca farlo per gli altri, non solo per noi.

Qualcuno penserà che queste parole si muovano sul filo della retorica, o che ci cadano dentro a piè pari, chi le scrive lo sa. Ma sono anche tempi nei quali la fragilità emotiva, le paure e i timori per quello che sarà prima che tutto si risolva, senza sapere quando e se si risolverà tutto, approvano certi slanci, autorizzando a vedere dei simboli lì dove non li avremmo visti un tempo.