Una delle attrici più amate dal pubblico italiano, poliedrica, versatile e affascinante, un'interprete di grande spessore che ha lavorato con grandi registi italiani e internazionali. Valeria Golino, che in questi giorni si trova al Festival del Cinema di Venezia dove, seppur non in gara, è presente in ben tre film proiettati durante la Mostra.

Protagonista di tre film presenti alla Mostra

Valeria Golino è da sempre, all'interno del panorama cinematografico italiano, una delle interpreti più apprezzate e la sua bravura le è stata riconosciuta anche nelle precedenti edizioni della kermesse cinematografica veneziana, dove è stata premiata per ben due volte con la Coppa Volpi, il premio che solitamente viene assegnato ai miglior attori protagonisti in un lungometraggio tra quelli in concorso al Lido. Solo altre due attrici possono vantare questo primato, ovvero Isabelle Huppert e Shirley McLaine.

Quest'anno l'attrice, nata a Napoli, è la protagonista di tre pellicole proiettate al Lido. Tre film che trattano tematiche interessanti, in cui la Golino disegna sul grande schermo tre donne dalle personalità diverse, ma caratterizzate da una forza incredibile come racconta in un'intervista rilasciata al Corriere della Sera:

Tre, non mi era mai capitato. Avendo scelto più meno coscientemente di non portare film sulle mie spalle, riesco a farne di più. Il primo, Costa-Gavras sul crac della Grecia, essendo mezza greca, l’ho vissuto sulla pelle della mia famiglia, che fa parte della borghesia. Il marito di mia madre è un avvocato che ha avuto meno della metà della pensione che gli spettava. Questo cambia la vita di una famiglia, e soprattutto delle persone anziane. Poi "5 è il numero perfetto" di Igort. Sono la pupa del gangster, ex di Toni Servillo. Il terzo film, (per Gabriele Salvatores) tratta un tema che avevo già affrontato in America, con Dustin Hoffman e Tom Cruise in Rain Man. Sono una madre inadeguata che reagisce in modo sbagliato e non riesce a avere un rapporto col figlio autistico, se ne vergogna.

Il periodo in America e gli inizi con la Wertmuller

L'Italia non è la sua unica patria cinematografica, infatti ha lavorato per diverso tempo in America, dove ha potuto stringere rapporti di collaborazione con alcuni grandi attori e registi. Tra le tante pellicole a cui ha preso parte, per la tematica affine al film di Gabriele Salvatores (Tutto il mio folle amore), citato precedentemente, Valeria Golino ricorda il lavoro con Tom Cruise e Dustin Hoffman. L'esperienza sul set di Rain Man, rappresenta uno dei ricordi più vividi, di cui non esita a raccontare alcuni aneddoti che custodisce con nostalgia. Le sue prime esperienze lavorative, ancora minorenne, sono nate però sotto lo sguardo attento della regista Lina Wertmuller che rievoca per la sua proverbiale schiettezza e irruenza:

Tom Cruise era gentile, affettuoso, mi portava regali, senza malizia: ora un orologio, ora un quadro. Dustin Hoffman mi dava le vitamine, mi consigliava sui dottori. Insomma, il Carlo Verdone americano. Ricordo tanti provini, arrivavo spesso a film che hanno fatto epoca, da Ghost a Pretty Woman. I ruoli li davano ad attrici americane. Barry Levinson sul set mi disse: devi imparare a essere disciplinata. Smisi di farmi le canne. Con Lina Wertmüller avevo 16 anni, figurati cosa potevo essere. Era il mio primo film. Cagna, mi urlava. Le voglio un bene dell’anima. Meno male che l’ho incontrata, sennò avrei fatto la cardiologa.

Il percorso non semplice verso la regia

Attrice, ma anche regista. Già nel 2012 Valeria Golino, con il film Miele, aveva dato prova di essere particolarmente portata per la regia, di avere un occhio attento e delicato per poter dirigere un film. Quindi, il suo recente Euphoria, non fa altro che avvalorare questo suo talento. Eppure non è stato un percorso semplice, quello che l'ha portata a posizionarsi dietro la macchina da presa, un percorso ancora ricco di pregiudizi, discriminazioni, come è lei stessa a dichiarare al Corriere, pur sottolineando l'intenzione di non volersi allineare alle solite polemiche sessiste:

Per un senso di inadeguatezza, per una sorta di auto-censura di noi donne, perché non mi ritenevo all’altezza. Non penso mai in termini uomini-donne, ma se con Euphoria ai David e ai Nastri prendo 7 e 8 nomination e non vinco nulla, e nemmeno la Rohrwacher, mentre tutti gli uomini vincono qualcosa, una domanda me la pongo. Ma credo nel talento e non nelle quote, a questa polemica non partecipo, sarebbe una sconfitta per noi donne.