Finalmente è tornato il grande Kenneth Branagh, finalmente è tornata una favola dall’incrollabile fede nei principi fiabeschi ma dalla moderna capacità di coinvolgere un pubblico non nostalgico. Nonostante abbiano incassato cifre altissime, sia Maleficent che Alice in Wonderland (e, in un ordine solo leggermente inferiore, anche Biancaneve e il cacciatore) non avevano nemmeno un briciolo della fiducia nelle favole che Cenerentola riporterà al cinema dal 12 Marzo. Passato come Fuori concorso a chiusura della 65esima Berlinale, il film Disney in live action, con attori in carne ed ossa, è stata una vera sorpresa. Non più una favola dark, come sembrava ormai la tendenza, ma una favola-favola, classica e senza vergogna.

Proprio qui a Berlino, durante la prima edizione del festival nel 1951, il film d’animazione Cenerentola vinceva un premio per le musiche. Quell’opera era una rilettura della fiaba tradizionale, probabilmente d’origine cinese, che in Europa è stata codificata sia da Charles Perrault che dai fratelli Grimm. A queste versioni si ispirò Walt Disney che poi inserì, com’era solito fare, elementi tutti suoi. A partire dai topolini che aiutano la protagonista, al loro rapporto con il gatto Lucifero, alla fata madrina, Disney aveva piegato i bordi del mito perchè potesse entrare nel suo sistema di riferimento, quello che segnava successo dopo successo al botteghino.

Invece di tramutare il cattivo in protagonista ribaltando tutto quello che abbiamo sempre saputo (come fa Maleficent) o di rivoltare il tono della storia verso il dark e il fantasy (come fa Alice in wonderland), il film di Branagh non si vergogna di affondare le mani nell’originale, tratta il testo di base come un’opera teatrale, da rispettare e su cui creare, aggiungendo quel che serve a renderlo un film più corposo e lungo ma mantenendo saldo ogni principio alla base di quella storia. La matrigna, interpretata da Cate Blanchett, guadagna più spazio ovviamente, addosso a lei si misura molta della forza del film, deve essere più presente e interagire di più nella storia (anche durante il ballo a palazzo ci sono molti intrecci nuovi ma non invadenti) eppure la forza di Cate Blanchett è sempre tenuta a freno dal regista, in modo da evitare che schiacci la più blanda protagonista. C’è così all’interno del film un contrasto forte tra lo spazio confinato che la grande attrice ha e la maniera in cui in poche inquadrature, senza parlare, riesce a suggerisce un mondo complesso di sentimenti profondi all’interno del suo personaggio.

Il risultato non suonerà come una scoperta per nessuno ma lo stesso, quando lo si vede al cinema, è inaspettato: Cenerentola funziona ancora. E molto. Alla stessa maniera in cui la Disney ha svecchiato le proprie favole senza tradire se stessa negli ultimi lungometraggi animati (Rapunzel e Frozen) ora riesce a rimettere in piedi il proprio armamentario di principi, principesse, cavalli, balli e regnanti dal cuor d’oro in reami da sogno, per raccontare l’amore tra sguattera e principe che si fa strada tra l’inimicizia delle altre donne. L’unicità dell’eroina che si presenta in società con un abito da sogno e che il suo amato insegue per tutto un regno con uno stampino (la scarpa) nel quale nessun’altra può entrare, si alimenta stavolta da una moderna parità: Cenerentola non è tale per la scarpa ma perchè ha incontrato prima il principe i due si sono innamorati, l'incantesimo serve solo a farli reincontrare. Addirittura il film è così completo da avere anche uno sguardo moderno sui clichè più noti. La fata madrina di Helena Bonham Carter è venata di una certa ironia, non manca di scherzare sulle parti più datate del mito (“Prendi questa scarpetta di vetro. Vedrai, è molto comoda”) e in generale dimostra che se certi miti classici ci possono suonare fuori dal tempo, se trattati con coscienza e abilità hanno ancora molto senso.