Opinioni
21 Luglio 2015
10:49

In Italia fare film è più importante che farli vedere

Nonostante gli investimenti siano calati del 26%, il numero di film prodotti è aumentato del 20% nell’ultimo quinquennio. Tutto a fronte di un boxoffice in calo e di un gradimento non sempre positivo. In Italia fare film è più importante di farli vedere.
A cura di Gabriele Niola

Difficile non guardare con un minimo di benevolenza i dati dell’ultimo Rapporto su Mercato e industria del cinema in Italia curato dall’Ente dello Spettacolo. Quel che emerge (in buona sostanza) è che, nonostante anche in Italia come nel resto dei paesi studiati i finanziamenti per i film diminuiscano, nel nostro paese in totale controtendenza il numero di film prodotti aumenta. Fare di più e farlo con meno, non arrendersi di fronte alle difficoltà economiche e anzi rilanciare, rispondendo alle ristrettezze con più voglia di fare. Una parabola che scalda il cuore. C’è però un altro lato a questa medaglia, un set di numeri poco felici, ovvero gli incassi. Facciamo più film con meno soldi ma sempre meno persone li vedono. Produciamo moltissimo senza che ci sia domanda, senza che ci sia richiesta e senza che, in molti casi, ci sia il gradimento. Nonostante sparute eccezioni i film “che nessuno vede” non riscuotono il placito nemmeno dei pochi fortunati che li guardano per lavoro o per passione.

Per essere precisi il rapporto dell’Ente dello spettacolo mostra come, a fronte di un calo del 26,4% degli investimenti (dal 2009 al 2014, ultimo anno preso in esame), il numero di film prodotti sia aumentato invece del 20%. Siamo arrivati a spendere 323 milioni di euro in tutto un anno incassando 738 milioni di euro (in totale, compresi i film stranieri), cifra che ci pone al 12esimo posto nella classifica mondiale per incassi. A guidarla sono gli Stati Uniti seguiti da Cina, Giappone, Francia, Regno Unito e India a pari merito e poi, prima di arrivare a noi, ci saranno anche tra gli altri Germania, Russia e Corea del Sud. L’Italia condivide la posizione a pari merito con il Brasile. Questo dipende da molti fattori (non ultimo il numero totale di abitanti) ma se si guarda al dato relativo, cioè come il nostro boxoffice sia cambiato negli ultimi 5 anni, si nota che di anno in anno i – vincono sui +. Non è abbastanza per parlare di “crisi” come in molti fanno con una certa leggerezza unita all’amore per i titoli ad effetto, si tratta di normali oscillazioni, oltre a questo veniamo anche da un decennio di grande crescita. Semmai è sufficiente ad interrogarsi sull’effetto di quest’aumento di produzione.

Un’industria cinematografica (se la nostra può definirsi tale, visto quanto è povera in varietà di generi prodotti) che sforna un elevato numero di film ogni anno è sicuramente un’industria sana, tuttavia è anche vero che non può non preoccupare il fatto che il mercato sembri non poter assorbire tutti questi titoli. I film italiani, tolte le solite eccezioni (grandi comici, grandi attori, nomi altisonanti) incassano molto poco, spesso addirittura anche le nostre punte di diamante non riescono a realizzare incassi degni di questo nome (basti pensare al magro botteghino di Il racconto dei racconti, svantaggiato anche da un’uscita sfavorevole in concorrenza con Mad Max: Fury Road e subito dopo con Youth di Sorrentino), figuriamoci gli esordi, i film più piccoli e il grandissimo numero di pellicole a basso budget. Per un Smetto quando voglio, vero caso di un esordio di successo, ci sono diverse decine di film che nessuno ricorda e che passano senza farsi notare in un numero ininfluente di sale. Gli autori danno la colpa alla distribuzione, rea di non consentire ai loro film di essere visti, ma spesso c’è da dare ragione alle sale, i film sono di una qualità e di un richiamo commerciale imbarazzanti.

L’Italia è anche il paese che negli ultimi 5 anni ha visto aumentare, e quindi differenziarsi, il numero di case di produzione. Sempre più persone insomma fanno film, sempre di più li gestiscono e li realizzano ma sempre più spesso lo fanno per nessuno. Come sia possibile è presto detto, da due anni a questa parte è stato varato il tax credit, una misura fiscale che consente alle imprese che investono nella produzione cinematografica vantaggiosi termini fiscali. Non è un finanziamento diretto (non si ricevono cioè dei soldi per fare un film) ma uno indiretto (c’è un gran vantaggio nelle tasse da pagare) che ha reso molto conveniente girare, è stato un provvedimento molto auspicato, molto intelligente e molto utile, tanto che abbiamo notato come moltissime produzioni internazionali siano tornate a fare film in Italia (non solo James Bond ma anche Inferno con Tom Hanks, L’uomo di U.N.C.L.E., Third Person, Everest e Zoolander 2). Questo, unito all’abbattersi di diversi costi tecnologici come quello della pellicola, una volta voce importante di qualsiasi budget e oggi totalmente sostituita dall’economico digitale, ha cambiato lo scenario di chi i film li fa.

Purtroppo non è cambiato alla stessa maniera lo scenario di chi li vede e di come li vede. Tutti vogliono andare in sala, nessuno sceglie distribuzioni alternative e quasi tutti finiscono prestissimo nel dimenticatoio, compresi titoli che invece meriterebbero, incapaci di rimanere nelle sale il tempo necessario al passaparola (ormai non esiste più) e destinati a perdersi nel mare di altri piccoli film. È il caso di Short Skin, piccolo capolavoro d’esordio di Duccio Chiarini, commedia priva di grandi nomi o di temi che la rendessero appetibile per articoli di giornale (ma diversi critici di gran nome gli hanno dedicato paginate di lode), scritta e recitata benissimo, una perla passata con gioia al Festival di Berlino ma stritolata nella scarsa distribuzione sul nostro territorio, un altro dei moltissimi film italiani che produciamo.

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