"Un avvocato molto tempo fa mi disse ‘se non ti interessa delle persone, questo è un gran lavoro, farai moltissimi soldi perché hai talento. Ma se ti importa delle persone, avrai vita dura.' Aveva ragione. A me interessa". Sono solo alcune delle parole pronunciate in una lunga intervista al The Times da Benjamin Brafman, uno dei più potenti e caparbi avvocati penalisti d'America, difensore di personaggi come Puff Daddy, Jay-Z, Michel Jackson e Dominique Strauss-Khan, che oggi assiste Harvey Weinstein, l'ex produttore cinematografico travolto dal polverone dello scandalo molestie, talmente incisivo sul mondo del cinema americano da far sì che nei prossimi anni non si potrà fare a meno di ragionare secondo un prima Weinstein e un dopo Weinstein:

Siamo diventati ragionevolmente vicini come cliente e avvocato – dice Brafman – non me la sento di condannarlo solo perché per un certo periodo ha assunto dei modi che possono sembrare poco appropriati o imbarazzanti.

Le parole di Brafman sono quelle di chi ha il pelo sullo stomaco, certamente, e mettono davanti al dubbio secolare per un laureato in giurisprudenza che svolge la professione legale: non badare alle apparenze: "Il casting couch (la traduzione "divano letto" fa intuire di che tipo di provino si tratti, ndr) non è stato inventato da Harvey Weinstein. Se una donna decide che ha bisogno di fare sesso con un produttore di Hollywood al fine di avere un avanzo di carriera, lo fa e ritiene tutto questo offensivo, non si tratta di stupro". E il legale di Weinstein prosegue con una frase che promette di far discutere e come: "Stai scegliendo conspevolmente che farai qualcosa di personalmente offensivo nell'ottica di un tuo avanzamento di carriera. Ora, per quanto offensiva possa apparire questa storia da ambo le parti, non è un crimine. Si tratta di una cosa brutta da più punti di vista. Ma questa è la reputazione dell'industria del cinema sin da quando sono nato". 

Alla vigilia della notte degli Oscar che sarà proprio nel segno della protesta del movimento #MeToo contro Weinstein e il malcostume che egli rappresenta, Brafman ribadisce che il comportamento di Weinstein può apparire come quello di chi ha penalizzato la carriera di alcune persone tramite un chiaro abuso di potere, ma che questi attacchi mediatici hanno poco a che fare con il codice penale: "C'è una enorme differenza tra questo e una condotta criminale".

Forte di vittorie in tribunale clamorose, in difesa di persone e casi che non avevano dalla loro il favore dell'opinione pubblica Brafman rivendica la sua scelta di accettare di difendere Weinstein: "Credo che abbia bisogno di me". E racconta di quando sua moglie, qualche anno, tentò di dissuaderlo dall'accettare incarichi da personaggi dalla grande rilevanza mediatica: "Fa parte del gioco – le rispose – è il mio lavoro".