Dopo tantissimi anni, qualcosa sta finalmente cambiando in seno all’Academy. Una delle dimostrazioni è sicuramente la nomination alla Migliore sceneggiatura non originale agli Oscar 2018 assegnata a “Logan”, un vero e proprio evento storico che cambierà radicalmente le regole di questi blockbuster amati in tutto il mondo. Il film, diretto da James Mangold e scritto dal regista con Michael Green e Scott Frank, è il sequel di “X-Men le origini – Wolverine”, del 2009 e di “Wolverine – L’Immortale”, uscito nel 2013. Nei panni del protagonista, c’è sempre Hugh Jackman, stavolta, invecchiato e con le capacità rigenerative che stanno quasi svanendo. L’eroe, insieme al Professor Charles Xavier (Patrick Stewart) e Laura Kinney, suo giovane clone al femminile, dovrà, però, cercare di fermare l’avanzata di uno squadrone di mutanti, guidati da Nathaniel Essex, intenzionato a distruggere il mondo.

Logan, l’antieroe più maturo di casa Marvel

La pellicola è apparsa, sin da subito, molto diversa da tutti gli altri film dello stesso genere. La qualità narrativa, registica e tecnica è arrivata ad un livello di perfezione senza precedenti e rispettando sempre la “fame d’azione” e di spettacolarità dei fan Marvel, con scontri anche molto violenti, Mangold è bravissimo nel costruire un film più intimo, maturo, più inserito nella psicologia del personaggio che da eroe diventa antieroe, ma resta comunque il pilastro di tutta l’operazione. Proprio per questi motivi, il regista ha avuto la possibilità di parlare di tematiche più profonde e “impegnate” come la ricerca della propria identità, l’impossibilità di difendere la propria nella società moderna ma anche il sacrificio, il passaggio di testimone generazionale e l’asservimento della libertà individuale.

Un mix di generi che definisce il cinecomic 3.0

Mangold e gli altri sceneggiatori hanno mescolato l’azione, il western, il dramma, il road movie in un unico enorme contenitore e hanno elaborato quello che potremmo definire il cinecomic 3.0, rifacendosi all’introspezione del Cavaliere oscuro di Christopher Nolan e scardinando le regole del classico prodotto Marvel improntato allo shock visivo e meno attento all’impianto narrativo.

La spettacolarizzazione delle parole

La sfida contro le sceneggiature non originali di pezzi da novanta come “Chiamami col tuo nome", “The Disaster Artist”, “Mudbound” e “Molly’s Game” è durissima e, probabilmente, “Logan” non riuscirà a portare a casa l’ambita statuetta, ma lo storico passo in avanti fatto con il film di Mangold farà sicuramente virare la DC Comics e la Marvel verso una diversa consapevolezza dell’importanza dello script, della spettacolarizzazione scaturita anche dalle parole e non solo dalle armi. In questo senso, “Logan” ha già vinto.