Nell’anno della più grande partecipazione del cinema italiano a Cannes (almeno dal 1994 ad oggi), i nostri film sono rimasti esclusi da tutti i premi. Nulla per Jonas Carpignano e il suo Mediterranea nella Semaine de la critique, nulla per Roberto Minervini e il suo Louisiana nel Certain regard e soprattutto nulla per il tridente Moretti, Garrone, Sorrentino. Molto invece per il cinema francese che, contrariamente a quanto accade di solito, non ha brillato nei giudizi di chi ha visto i film. Vince Emmanuelle Bercot il premio per la miglior attrice (a parimerito con Rooney Mara), vince molto meritatamente Vincent Lindon il premio per il miglior attore (la sua interpretazione in La loi du marchè è ciò che dà ragione d’esistere al film, senza di essa la storia avrebbe meno senso) e infine vince la Palma d’Oro Jacques Audiard con Dheepan, autore immenso che quest’anno ha presentato il film più debole della sua filmografia.

La scocciatura è grossa e la teoria complottista dei francesi che non ci vogliono bene preferendo favorire se stessi è dietro l’angolo. Tuttavia è esattamente il contrario, il festival di Cannes da decenni dimostra di amare moltissimo il cinema italiano (siamo tra i più invitati e i più premiati) e il solo fatto di averci fatto partecipare con tre film è dimostrazione di stima e apprezzamento ben riposti. Inoltre la giuria non è francese ma internazionale. I fratelli Coen a presiedere un team composto da Guillermo Del Toro, Rossy De Palma, Xavier Dolan, Jake Gyllenhaal, Sophie Marceau, Sienna Miller e via dicendo. Cadere nella facile trappola del vittimismo sarebbe davvero sbagliato e ingiusto per manifestazioni come i festival che non sono gare sportive e nazionali ma si basano sul gusto soggettivo di un piccolo numero di persone incaricate di mettersi d'accordo su alcuni titoli da premiare. Persone a cui importa poco delle nazionalità e sono vere amanti del cinema.

Allora perchè non abbiamo vinto? Ci sono almeno 5 buone ragioni che è possibile ipotizzare

1. A Cannes come a tutti i festival vincono i film “da festival”
Ci vogliono un certo tipo di storie, un certo tipo di tocco, un certo tipo di ritmo e fotografia. Il cinema da festival non è proprio un genere a sè ma quasi, si evolve nei decenni ma ha connotati precisi. Di certo non somiglia al cinema di genere (polizieschi, melodrammi, horror, western…) e non predilige le tematiche da cinema commerciale ma più la sperimentazione e l’esplorazione di nuovi territori. Ecco perchè Il racconto dei racconti, come si era già notato ai tempi della prima proiezione per la stampa in Italia, non poteva ambire a molto. È un film bellissimo, complesso, audace e di straordinaria fattura ma non somiglia ai film che vincono ai festival. Lo stesso Garrone aveva detto subito che stavolta gli premeva di più il successo di pubblico.

2. Ai festival più che piacere a molti è importante non dispiacere a nessuno
Un giuria deve mettersi d’accordo, se una parte di essa rema contro un film e lo ha odiato questo non prenderà niente anche se è stato adorato dall’altra parte. Sono i titoli che mettono d’accordo più o meno tutti ad andare a premi, non quelli che dividono. Più spesso vince la seconda scelta di ogni giurato (perchè magari è la stessa per tutti) che la prima. Per questo Paolo Sorrentino difficilmente vincerà mai qualcosa in manifestazioni che prevedano una giuria ristretta, almeno fino a quando porterà avanti questo suo cinema estremo, molto amato o molto odiato

3. È difficilissimo vincere due volte
Il club dei doppi vincitori è ristretto, specie a Cannes. Pochissimi autori vantano due palme e pochi vantano anche due premi per la regia o due Gran Premi della Giuria e via dicendo. Nanni Moretti in carriera ha già preso il premio come miglior regista per Caro Diario (in quel famoso 1994) e la Palma d’oro nel 2001 con la Stanza del figlio. Sebbene Mia madre sia stato amato dalla stampa internazionale (forse anche un po’ più che dalla nostra) e dato a lungo per favorito, le giurie di solito, a parità di voti e meriti, tendono ad onorare chi ancora non è stato onorato. Il che non è sbagliato.

4. I fratelli Coen
Il presidente di giuria conta molto e stavolta erano addirittura due. Formalmente ha il potere di far pesare il proprio voto doppio per sbloccare situazioni di stallo ma nella pratica dà un certo indirizzo alla giuria, la orienta e può far capire da subito per cosa penda o meno. Il gusto dei Coen, si è capito dalla premiazione, è andato molto nella direzione del cinema stralunato (Lobster), delle interpretazioni hollywoodiane (Lindon, Bercot e Rooney Mara hanno tutti e tre quello stile) e del formalismo spinto di Hou Hsiao Hsien. Nessuno dei nostri film sembra rientrare nel loro orizzonte di preferenze. Possiamo ipotizzare che un appassionato godereccio come Guillermo Del Toro potesse aver gradito Il racconto dei racconti, ma sarebbe comunque un semplice giurato.

5. Il festival degli eterni secondi
Non è stata una manifestazione difficile, lo si era predetto prima che partisse ed è stato evidente già a metà che il concorso non era dei più difficili (anche per questo si parlava molto di premi all’Italia). Eppure la lista dei partecipanti annoverava una serie lunga di nomi in attesa di conferma, eterni secondi che hanno avuto ottime carriere, sono stati apprezzati e amati ma non hanno ancora ricevuto la consacrazione. Con così tanti nomi meritevoli e non ancora premiati con i massimi riconoscimenti era difficile farsi strada. Certo appartenevano a questa categoria anche i nostri Sorrentino, Garrone e Minervini (ma pure Todd Haynes e Denis Villeneuve), amati ma non incensati tuttavia nel caso particolare il genio di Hou Hsiao Hsien (miglior regia), quello di Lanthimos (premio della Giuria) e quello di Audiard (la palma d’Oro) sono stati preferiti. Purtroppo importa poco che questi non siano i loro film migliori