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Opinioni
12 Novembre 2015
13:31

Con Alessandro Gassmann e Paola Cortellesi la lacrima funziona quanto il sorriso

Al quarto film Massimiliano Bruno centra il risultato. Gli ultimi saranno ultimi è divertente come Nessuno mi può giudicare ma con molta più testa e cose da dire.
A cura di Gabriele Niola
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Non abitano in città, non sono benestanti e non hanno problemi di mancata realizzazione professionale, anzi vivono in provincia, sulla soglia dell’indigenza e non gli importa di fare lavori poco qualificati. I protagonisti di Gli ultimi saranno ultimi non sembrano i soliti protagonisti di una commedia italiana e non si muovono nemmeno nello stesso mondo dorato e leggero di quei film. A dirla tutta Gli ultimi saranno ultimi non ha nemmeno una storia da commedia, la sua trama sembra quella di un film d’autore duro e senza compromessi, un dramma senza appello. Nella prima scena vediamo il finale, ovvero la protagonista, incinta, che punta la pistola a qualcuno, è disperata e confessa le motivazioni che la stanno portando a questo gesto. Torniamo così indietro e inizia il film vero e proprio, la vediamo sposata con un uomo non proprio attaccato al lavoro, la vediamo impiegata in una società che raffina parrucche e la vediamo desiderare un figlio mentre i suoi amici già ne hanno e per questo cercano di andarsene da quel paesino in cui le antenne e i tralicci elettrici sono causa di tremende radiazioni.

Non ci sarebbe stato decisamente niente da ridere non fosse che si tratta di un film di Massimiliano Bruno (sceneggiatore di metà delle commedie italiane degli ultimi 10 anni, da Notte prima degli esami fino a Buongiorno papà e anche regista di film come Nessuno mi può giudicare) e che nelle parti principali ci sono Alessandro Gassmann e Paola Cortellesi, coautrice del testo. Nelle loro mani una trama che potrebbe in un attimo sconfinare nella tragedia è invece condotta con un tono leggero, uno di scena in scena lotta per non finire nel dramma. In una parola è la commedia amara, il genere che meglio ci riesce ma che sempre di meno produciamo. Gli ultimi saranno ultimi la riprende per mano e cerca di far ridere come tutte le altre commedie (anzi, molto di più) e contemporaneamente dire qualcosa, dare respiro, profondità e originalità alla sua storia. Fare insomma un film vero e non solo un pretesto per una risata.

Sembra semplice ma non lo é. La maniera in cui Massimiliano Bruno e Paola Cortellesi lottano contro il dramma per trovarci sempre qualcosa di divertente che nei veicoli le problematiche, passa per un cast di ottimi comprimari che inscenano le parti più ridicole e grottesche della vita di tutti, passano per il lato paradossale di vere assurdità come la gag ricorrente di Radio Vaticana che, per effetto delle onnipresenti antenne, si sente ovunque, dai citofoni ai bagni. Passa insomma da una maniera di guardare il mondo e notare assieme a ciò che non va anche ciò che è paradossale e ha quell’andamento zoppo che suscita la risata.

Chi ha visto Viva l’Italia, ricorderà il tono polemico e arrabbiato di cui Massimiliano Bruno è capace, ma stavolta non lo troverà. Senza livore il suo ultimo film si pone tanto contro l’oppressione di questa povera donna che vorrebbe solo avere un figlio, quanto, indirettamente, contro i cliché delle commedie italiane più recenti. C’è infatti un borgo di provincia a fare da sfondo come accade quasi sempre (Io che amo solo te, Belli di papà, Benvenuti al Sud, Sole a catinelle, Un boss in salotto, La nostra terra, Sei mai stata sulla Luna e Noi e la Giulia per citare i primi che vengono in mente) ma non è un luogo idilliaco, non è il rifugio dalla città in cui riconquistare i veri valori, anzi, è la morte dell’individuo. Infestato di radiazioni e maledetto da una continua preghiera che esce anche dai rubinetti, martoriato da aziende in crisi e popolato da un’umanità subdola, che appena può ti ruba il lavoro, o piena di pregiudizi, che guarda con disprezzo se non con palesi insulti un transessuale come una ragazza single, l’Anguillara di Gli ultimi saranno ultimi è una punizione, un paese in cui non a caso un poliziotto viene spedito per espiare una grave colpa.

Proprio alla polizia infatti va l’ultimo sguardo di questa commedia che sa far ridere con gli aspetti meno concilianti della cronaca, con le aziende in crisi, i contratti non rinnovati, le scommesse e le morti accidentali. Fabrizio Bentivoglio è il terzo incomodo, agente di polizia veneto, trasferito ad Anguillara dopo un fatto di sangue di cui è stato protagonista e per il quale tutti i colleghi lo insultano e lo schifano. Nessuno lo vuole con sè (se non un’altra reietta), nessuno ha voglia di fargli un favore. Non c’è insomma nessuno che aiuti nessuno, come nella miglior tradizione dei nostri film più cinici. Il cinema italiano da sempre infatti mette in scena un paese pessimo e sa riderne, perché ha ben presente come ci siano concetti che si possono dire solo con l'umorismo, altrimenti sarebbero insostenibili o semplicemente nessuno li vorrebbe ascoltare.

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