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Opinioni
15 Aprile 2016
11:17

Dalla parte di Robert De Niro. Nonostante tutto, la sua carriera non è in picchiata

Dopo almeno 15 anni di scarso impegno, Robert De Niro, colui che resta uno degli attori più grandi di sempre, proprio con Nonno Scatenato sembra aver iniziato ad aver di nuovo voglia di recitare davvero.
A cura di Gabriele Niola
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Se c’è una cosa che hanno notato tutti è come a partire dalla fine degli anni ‘90 la carriera di Robert De Niro abbia preso una piega diversa da quello a cui ci aveva abituato. A partire più o meno da Terapia e pallottole inizia una corsa furiosa verso ruoli facili, parti che replichino quel che già sappiamo su di lui, che siano quindi facili da interpretare e soprattutto che stiano in film da poco, scelti in fretta e realizzati senza troppo impegno. Le sue apparizioni si moltiplicano e la qualità si dimezza (per essere generosi). È stata una costante di tutti questi ultimi 15 anni quanto De Niro abbia deciso di smettere di impegnarsi come prima. Film poco riusciti non mancano a nessun attore e anche la prima parte della carriera di De Niro ne è piena, ma erano sempre bilanciati da una serie di scelte audaci, ruoli storici in film complessi e ambiziosi, proprio ciò che ad un certo punto è venuto a mancare.

Questa settimana l'uscita Nonno scatenato, in originale Dirty Grandpa, si presentava come la summa di tutta questa china discendente, il punto più basso di una carriera che una volta pareva inscalfibile. E invece non è così, paradossalmente è il simbolo di una piccola rinascita. Nonostante infatti una campagna pubblicitaria votata a mettere in risalto gli aspetti più cretini e volgari, il film, che pure cretino e volgare è ma non senza una certa arguzia, ha anche molto da dire. Soprattutto è proprio il ruolo di Robert De Niro il più vivace e pimpante, energico e pieno di sorprese. Il nonno che dopo la morte della moglie ha voglia di godersi la vita è prima una specie di furia incontenibile, una bestia che anima ogni scena in cui compare, poi lentamente si contamina di una tristezza che non ne annulla la forza caotica. Il film è così duro e pecoreccio che di certo non si qualifica come "una commedia per tutti", anzi è di quelli che fanno irritare molti, tuttavia quello protagonista non è un ruolo che si interpreta da solo o in cui lavorare con il pilota automatico. Per dirla in breve: in questa commedia grottesca e grossolana Robert De Niro è tornato ad impegnarsi.

La piccola rinascita degli ultimi anni

I più attenti avranno però notato che non è la prima volta che negli ultimi anni sembra di rivedere una luce negli occhi di questo grande attore. È stato principalmente grazie a David O’Russell che abbiamo iniziato a rivedere sul grande schermo il De Niro vero, quello che affronta i ruoli con una carica animale, che mangia la scena anche stando fermo, che ci infonde idee nuove e non ripete unicamente le smorfie che conosciamo o i ruoli che sappiamo bene essere nelle sue corde. Prima in Il lato positivo è padre scommettitore pieno di parole, poi in American Hustle imprevedibile boss che parla arabo e infine adesso in Joy di nuovo padre in uno stranissimo equilibrio tra amore e sfruttamento. Ma non solo in questi film che fanno della recitazione la loro componente più in vista, anche in una commediola sempliciotta e di rapido consumo (per quanto ben scritta) come Lo stagista inaspettato, uscita l’anno scorso, De Niro ha regalato una performance misurata e piena di sfumature. Non siamo decisamente ai livelli del periodo d’oro della sua carriera, ma anni luce avanti alla sciatteria cui sembrava rassegnato.

Eppure rimane la perplessità su cosa abbia causato un simile tracollo. Cosa possa motivare drastici cambi di impegno lo abbiamo quasi sempre sentito raccontare al contrario, cioè siamo più abituati a sentire storie di carriere risollevate da grandi interpretazioni che non affondate dalla mancanza di voglia di fare. La storia di Matthew McConaughey è solo l’ultima in questo senso. Invece per De Niro è diverso e anche le cause sembrano più complesse di una semplice presa di coscienza. Non ci sono motivazioni certe dietro al cambio improvviso che questo grandissimo attore ha deciso ad un certo punto di imprimere alla sua carriera anche se diverse idee possono essere avanzate.

Un tracollo fatto di scarse motivazioni e uno strano carattere

Prima tra tutte le motivazioni possibili c’è il suo strano carattere. De Niro è sempre stato una persona molto riservata, uno che parla poco (e male) con la stampa, che non ha piacere a comparire se non nei film, che ha poca fiducia in sè e, stando a quel che dice di lui Meryl Streep che molto gli è stata amica, sostanzialmente una persona tenerissima e fragile. A questa caratteristica va sommata all’idea molto nichilista che l’attore ha espresso diverse volte per la quale non avrebbe, semplicemente, più stimoli e che cambierebbe pure lavoro ma lui solo questo sa fare, quindi continua a fare l’attore come si fa l’idraulico: lavorando su commissione con professionalità ma senza il trasporto di una volta. Si capisce così come non gli interessi più rischiare in ruoli complessi come una volta e come non senta il bisogno di mettersi alla prova.

Questo da sè basterebbe a spiegare molto, dall’altra parte è anche accaduto che a partire dal 2002 è diventato presidente e principale responsabile del Tribeca Film Festival, manifestazione cinematografica che ha sede a New York (per l’appunto nel quartiere di Tribeca) e che nasce in seguito all’11 Settembre per rivitalizzare il quartiere. È un festival molto buono e stimato, pieno di ottimi film e star, forse proprio quel secondo lavoro che De Niro spesso sostiene di stare cercando per non dover essere costretto a fare una cosa, la recitazione, per la quale prova pochi stimoli. Per mantenere il festival si dice che l’attore debba farsi in quattro, un po’ sacrificando il lavoro sul set e un po’ necessitando di molti fondi, cioè di molti ruoli ben pagati, di quelli magari che richiedono poca preparazione.

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