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‘Jackie’, la migliore Natalie Portman è quella del mondo reale

Mai davvero a suo agio o capace di dare il meglio nei film fantastici come Thor o Guerre Stellari, ma sempre incisiva nei ruoli più reali e umani, in Jackie Natalie Portman fa un salto di qualità e punta all’Oscar.
A cura di Gabriele Niola
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Non c’è Guerre Stellari o Thor che tengano, Jackie lo dimostra di nuovo: Natalie Portman dà il meglio di sé con personaggi concreti, reali, attaccati alle cose del nostro mondo. La storia dei 3 giorni successivi alla morte di JFK visti dall’ottica della moglie Jacqueline è il film che rimette Natalie Portman al centro del mondo del cinema e lo fa a partire dalla Mostra di Venezia. Qui è stato infatti presentato in concorso (le possibilità di un premio per lei non sono poche) e da qui inizia la sua marcia verso l’Oscar. Non ci sarebbe da stupirsi se questa performance che flirta con il mimetico grazie ad una somiglianza non totale ma giusta, e che porta sullo schermo un’icona americana, le fruttasse la seconda statuetta.

Del resto Natalie Portman alla nomination agli Oscar ci era arrivata già in precedenza con un altro ruolo perfetto per le sue corde umane e terrene, quello in Closer di Mike Nichols. Era il 2005 e per la prima volta, lei che aveva esordito bambina in Leon, era accettata nel mondo dell’Academy. Adesso in Jackie si ritrova la medesima concretezza e la stessa fragilità di quel ruolo ma contaminata dal dovere istituzionale di una first lady. Quel che accadde e che il film riporta è infatti ciò che la moglie dell’appena defunto presidente dovette fare per ottenere che la memoria di suo marito, assieme a tutto ciò per cui aveva lavorato, non fosse dimenticato in fretta. Contro ogni protocollo di sicurezza riuscì a creare un corteo funebre che fosse un evento di proporzioni gigantesche.

Se in Thor l’abbiamo vista nel ruolo di una damigella in attesa d’essere salvata e in Guerre Stellari diventava al contrario eroina di un regno in crollo, contro un impero nascente, qui è una specie di ex regina ma non di un mondo immaginario. I Kennedy sono stati la cosa più vicina a dei reali che possa essere esistita in America, erano ammirati, guardati con fiducia e benvoluti, davano feste e godevano dello sfarzo. Jackie racconta molto questo e traccia il suo parallelismo proprio grazie a Natalie Portman. Le attrici banali imitano, quelle vere reinterpretano, e lei reinterpreta la vera Jackie Kennedy donandole, il passo, lo sguardo, il portamento e le caratteristiche di una regina ma senza esagerare in fantasia.

Devastata per lunga parte della storia che non manca di mostrare (e quindi ricostruire) i momenti dell’incidente, la sua Jackie si aggira inquieta per le grandi stanze della Casa Bianca che la produzione ha fatto costruire da zero per essere identiche a quelle vere. Oppure con la fermezza di un monarca manovra politicamente, convince i capi di stato stranieri, tiene a bada il neo-presidente in carica Johnson e affronta la folla. C’è molto di umano in questa donna devastata, vittima di un dramma che (è lei la prima ad ammetterlo) non è l’unica ad aver subito ma che deve affrontare come nessun altro. Qui ritroviamo proprio quella capacità scomparsa in Thor di animare i piccoli gesti. Anche solo levandosi delle calze sporche di sangue, Natalie Portman ci dice qualcosa riguardo la lotta per non crollare del suo personaggio.

Sempre in scena in ogni singola inquadratura, in ogni minuto di questo film da un’ora e mezza quest’attrice fenomenale, tiene sulle spalle il film ancora di più di quanto non fece con Il Cigno Nero, che pure le valse l’Oscar. Se lì era la sua trasformazione a stupire, qui è la maniera in cui porta avanti con una maturità invidiabile un intero arco narrativo. Ci sono attori bravi nei piccoli ruoli e altri che possono solo essere protagonisti, e poi ci sono quelli che “fanno” un film, che lo animano con la loro forza. Natalie Portman in Jackie dimostra proprio questo, vinca o no un premio a Venezia, arrivi o no agli Oscar.

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