Ci sono due Johnny Depp alla Mostra del cinema di Venezia. Uno è quello in concorso con Black Mass, come suo solito mascherato, truccato e trincerato dietro un personaggio che è tale già visivamente (oltre che nell’interpretazione) e l’altro è quello che, a sorpresa, vedremo in Nightmare – Dal profondo della notte, il film del 1984 che viene proiettato a mezzanotte come omaggio al da poco deceduto Wes Craven. L’ultima interpretazione contrapposta alla sua prima comparsa sul grande schermo, quello che era contro quello che è. Il confronto è impietoso. Negli anni ‘90 era tra gli attori più promettenti in assoluto, sembrava non sbagliare un film e ha infilato, anche grazie alla collaborazione con Tim Burton, una serie di ruoli magnifici, complessi e stratificati, oggi e da troppo tempo Depp non recita al proprio livello, Black Mass non fa che ribadirlo.

Nel film di Scott Cooper, che passa in concorso alla Mostra di Venezia, c’è di nuovo Boston (già in Il caso Spotlight era teatro di pedofilia, qui è un luogo di mafie e sotterfugi, di morte e doppi giochi), stavolta quella in cui operava Jimmy Bulger. Si tratta di un vero gangster che sul finire degli anni ‘70 si alleò con l’FBI grazie ad un agente che conosceva fin da quando era piccolo. L’accordo era: Bulger finge di dargli informazioni e fare la talpa, così che l’agente Connolly salga di grado, e l’FBI lo lascia prosperare e ingrandirsi. Ha funzionato fino a che ha potuto, quasi venti anni, quest’associazione tra stato e mafia, il film però non funziona mai, somiglia ad una prova generale in cui nessuno si impegna, autori inclusi.

Poteva essere per Johnny Depp l’occasione di riscattarsi e dimostrare di avere ancora la grinta e la cattiveria degli esordi, invece sembra dimostrare unicamente da parte sua una mollezza che fa il paio con la forma appesantita che sfoggia qua al Lido. Protagonista assoluto e dotato del personaggio che, tra tutti e almeno in teoria, ha il carisma maggiore, Depp non riesce ad essere mai incisivo, si trasforma nel volto come suo solito, usando anche delle notevoli lenti colorate, ma oltre a quello non si scorge nulla. Lo stesso problema che si poteva notare in Alice in Wonderland, in Tusk, Lone Ranger, Into the woods, Dark Shadows e molti altri film degli ultimi anni. Andando indietro con la memoria quasi tutti appaiono incolori almeno fino al 2009, quando fu Dillinger in Nemico Pubblico di Mann e prima ancora, per trovare un’interpretazione degna di questo nome occorre tornare indietro al 2003, al primo film della serie I pirati dei Caraibi o a voler esser rigorosi fino a Blow nel 2001.

E non sembra di poter intravedere qualcosa di meglio nel suo futuro. Sarà di nuovo il cappellaio matto in un altro film su Alice, di nuovo Jack Sparrow e di nuovo Guy Lapointe (il personaggio che interpretava in Tusk), dimostrando una scarsissima propensione al rischio, allo stimolo e alla ricerca e un molto più spiccato desiderio di navigare nelle acque certe. Lavorare ad alti livelli, impegnarsi poco, ripetere molto. Lui ci guadagna di certo (nonostante non sia immune da flop) ma quello che perdiamo noi spettatori è un attore che sapeva stare in una posizione unica, un bello che aveva la forza drammatica dei brutti. Film come Dead Man, La nona porta, Paura e Delirio a Las Vegas oltre ai più noti Ed Wood o Edward Mani di Forbice ci avevano promesso un futuro di recitazione caricata e sofferta, un corpo plasmabile che ogni volta inventa una maniera differente di esprimere lo sconforto umano. Si trattasse del vitale Ed Wood o del delirante Hunter Thompson, c’era sempre qualcosa di triste nei suoi occhi piccoli e questo lo rendeva unico in un’industria, quella americana, in cui l’esaltazione di sé e della positività sono i valori più cercati.

Black Mass uscirà in Italia l’8 Ottobre e ognuno potrà valutare se l’occasione, indubbiamente succosa e propizia, sia stata sfrutta o meno da questo attore a cui è difficile non voler bene, per tutto quello che ha saputo fare, ma che è sempre più difficile continuare a ritenere grande.