28 Settembre 2014
19:36

“Take Five”, cinque ‘irregolari’ del crimine con il sogno di arricchirsi

Il 2 ottobre arriverà nelle sale l’atteso “Take Five”, del regista napoletano Guido Lombardi, che narra cinque storie, solitudini e aspirazioni comuni di attori che mantengono, nella finzione, gli stessi nomi, e in qualche caso le stesse esperienze, dei loro personaggi.
A cura di Ciro Brandi

Il 2 ottobre sbarcherà nelle nostre sale “Take Five”, del regista napoletano Guido Lombardi, noto per il documentarioNapoli 24”, girato con altri 23 registi e incentrato sulle bellezze e sui problemi di Napoli, ma anche per i film “Vomero Travel”, del 2010 e “Là-bas”, del 2012, che descrive lo sfruttamento degli immigrati africani da parte della camorra, attraverso la storia di Yssouf. La pellicola fu premiata con il Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima Luigi De Laurentiis alla XXVI Settimana Internazionale della Critica della Mostra del Cinema di Venezia. “Take Five”, l’ultima pellicola, è stata presentata in concorso al Festival di Roma del 2013. Il titolo ci riporta ad un classico del jazz, registrato dal Dave Brubeck Quartet, nel 1959, divenuto celebre soprattutto per il suo caratteristico ritmo in 5/4, un irregolare tempo quintuplo in cinque beat. È da allora anche un’espressione idiomatica, il cui senso, letteralmente, è “Prendine Cinque”. Come cinque sono, infatti, i protagonisti del film di Lombardo, che mantengono nella finzione gli stessi nomi, e in qualche caso le stesse esperienze, dei loro interpreti. Cinque “assolo” in una delle città più jazzy del pianeta: Napoli. Il senso del film è sintetizzato dallo stesso regista:

Ho provato a raccontare la storia di cinque “irregolari”, tutti con un sogno in comune, quello di arricchirsi. Per una forma di riscatto, per sfuggire ai propri fantasmi, o più semplicemente perché ognuno di loro crede che il denaro sia l’unica cosa per la quale valga la pena di vivere. Ma ho voluto raccontare anche cinque solitudini, che solo per pochi giorni si incontrano in nome di un progetto comune. Prevedendo tuttavia che la loro non può che essere un’unione fittizia, che duri il tempo di una rapina. Fino all’epilogo clamoroso ma inevitabile: la perdita del denaro per cui hanno lottato e la perdita dell’innocenza…Girando “Take Five” ho fatto ricorso, consapevolmente, agli archetipi del film di genere, pur volendo raccontare, a mio modo, una porzione del nostro tempo. Un tempo, una società, dove le persone sono sole, ossessionate, depresse. Dove i soldi, il successo, la fama rappresentano l’unica forma di riscatto da un anonimato altrimenti giudicato insopportabile.

Il film nasce come progetto low budget ed è caratterizzato da uno stile teatrale-documentaristico , ambientato in pochi e significativi ambienti che ha richiesto un’accurata ricerca sul campo che ha coinvolto giornalisti e sociologi, molto attenti al mondo della malavita, ma anche della consulenza diretta di ex piccoli criminali che, attualmente, hanno scelto di collaborare con le istituzioni locali in aree sociali e di recupero di ex delinquenti. Il film di Lombardo vuole caratterizzarsi come prodotto innovativo, sfruttando figure retoriche del cinema di genere, ma intrepretato da attori non ancora notissimi presso il grande pubblico.

 

La trama

Un idraulico con il vizio del gioco (Carmine), indebitato con la mala, viene chiamato a riparare una perdita fognaria all’interno di una banca e, a pochi metri dal prezioso caveau, si fa venire un’idea. Un ricettatore con diversi anni di carcere alle spalle (Gaetano), accoglie quell’idea con entusiasmo, tanto da mettere assieme una squadra, anzi, come si dice a Napoli, dove è ambientata la storia, una “paranza”. Entrano a far parte della banda anche un fotografo di matrimoni (Sasà) malato di cuore, il migliore ex scassinatore in circolazione, e il giovane nipote di Gaetano (Ruocco), pugile dotato, ma squalificato a vita per aver rotto una sedia in testa a un arbitro. Infine, lo Sciomèn, il “leggendario” gangster napoletano, sia pure di un altro decennio, appena uscito da una lunga reclusione, che lo ha reso fragile e depresso. I cinque non hanno molto in comune, se non il desiderio, meglio la necessità, di riscattare, o semplicemente salvare, la propria esistenza, con una potente iniezione di denaro. Ma i soldi rendono fragile qualsiasi alleanza. Saranno uniti e solidali, infatti, fino a quando Gaetano, l’uomo che li ha chiamati e di cui tutti si fidano, scompare, e con lui il bottino milionario. Non sapendo bene quello che è realmente accaduto, e nella speranza di veder ricomparire l’amico, i quattro banditi rimasti attendono nella loro tana. Ma il tempo mette a dura prova i loro nervi. Nascono incomprensioni, si disfano alleanze. Compare anche una minaccia che nessuno sembrava aver previsto: ‘o Jannone, il potente boss cittadino, che sa della rapina e vuole la sua parte di un bottino misteriosamente scomparso…

Le storie dei cinque protagonisti

Interessantissima è la storia del nutrito, interessante e curioso cast scelto da Lombardi per questa sua nuova opera:

Peppe Lanzetta è nel ruolo di O Sciomèn. Lanzetta è uno scrittore, drammaturgo, oltre che attore. Ha esordito come cabarettista alla fine degli anni Settanta. I suoi testi, quasi sempre attenti alla condizione giovanile delle periferie metropolitane, sono stati poi rappresentati in molte città italiane con grande successo, da “Napoletano pentito”, il suo esordio nel 1983, a “Roipnol”; da “Il vangelo secondo Lanzetta”, a “Lenny”, omaggio a Lenny Bruce nel 1988; da “Caro Achille ti scrivo” a “Il gallo cantò”, “Il peggio di Lanzetta”, “Tropico di Napoli”, “Ridateci i sogni”, fino ad arrivare all’ultimo, “L’opera di periferia”. Ha scritto testi per molti musicisti partenopei (tra gli altri, Edoardo Bennato, James Senese, Enzo Avitabile) e per Franco Battiato (Arriverà). In tv è stato una presenza fissa nel Maurizio Costanzo Show e ha collaborato a un’edizione del programma di Michele Santoro, Samarcanda. Al cinema invece è stato attore, tra gli altri, con Salvatore Piscicelli (“Blues metropolitano”), Giuseppe Tornatore (“Il camorrista”), Mario Martone (“L’amore molesto” e “Teatro di guerra”), Asia Argento (“Scarlet Diva”), e Paolo Sorrentino (“L’uomo in più”). È l’autore anche di “Pascià”, un’opera teatral-musicale che debutterà a novembre 2014 al Teatro Augusteo di Napoli.

Da sin.: Carmine Paternoster, Salvatore Striano, Salvatore Ruocco, Peppe Lanzetta e Gaetano Di Vaio.
Da sin.: Carmine Paternoster, Salvatore Striano, Salvatore Ruocco, Peppe Lanzetta e Gaetano Di Vaio.

Salvatore Striano (Sasà) si è formato professionalmente a Roma, all’interno di Rebibbia. Dopo aver conosciuto anche la dura esperienza del carcere minorile, è stato recluso per alcuni anni nel penitenziario romano dove, grazie ai laboratori condotti dal regista Fabio Cavalli, ha scoperto Shakespeare e il teatro. Di nuovo libero grazie all’indulto del 2006, ha intrapreso un’intensa attività di attore, dapprima in teatro, con lo stesso Cavalli, con Emanuela Giordano e con Umberto Orsini, che gli affida un ruolo di rilievo ne “La tempesta” di Shakespeare. L’esordio cinematografico avviene in “Gomorra” di Matteo Garrone, a seguito del quale viene anche chiamato a lavorare da Abel Ferrara (“Napoli, Napoli, Napoli”), Marco Risi (“Fortapàsc”), Stefano Incerti (“Gorbaciof”) e, più di recente, da Alessandro Piva (“I milionari”). Ma la sua vera consacrazione come attore avviene nel 2012, con l’interpretazione del personaggio di Bruto in “Cesare deve morire” di Paolo e Vittorio Taviani (Orso d’oro al Festival di Berlino 2012), per il quale è ritornato per diverse settimane a Rebibbia, negli stessi luoghi che lo avevano visto privato della libertà. Di recente è stato anche chiamato a interpretare alcune miniserie per la tv, tra cui “Il clan dei camorristi” per la regia di Alexis Sweet.

Salvatore Ruocco (Ruocco), il più giovane tra i cinque protagonisti, è stato un promettente pugile, costretto a interrompere la carriera a causa di una squalifica. La passione per il pugilato lo ha poi indirizzato al mondo illegale dei match clandestini. Imbattutosi quasi per caso in un corso di recitazione, ha scoperto che questa era la sua vera vocazione. Il suo primo ruolo è con Carlo Luglio nel docu-drama “Sotto la stessa luna”, cui fanno seguito, tra gli altri, “Gomorra” di Matteo Garrone, “Napoli, Napoli, Napoli” di Abel Ferrara, “Gorbaciof” di Stefano Incerti, “Là-bas” di Guido Lombardi (dove interpreta Giuseppe Setola, il boss riconosciuto responsabile della strage di Castel Volturno) e “L’intervallo” di Leonardo Di Costanzo, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2012. Una delle sue più recenti interpretazioni è avvenuta ne “Il ragioniere della mafia” di Federico Rizzo, presentato al World Film Festival di Montreal. L’abbiamo visto anche in “Pasolini”, di Abel Ferrara, in concorso a Venezia 71 e sarà il protagonista di un suo nuovo film, “The Grandfather”, ispirato alla vera vicenda del nonno del regista, un campano di Sarno emigrato negli Stati Uniti.

Carmine Paternoster (Carmine) ha anche lui un trascorso nel mondo della criminalità e alcuni anni di reclusione alle spalle. Ha esordito come attore teatrale nel 2003, lavorando con i registi Sergio Longobardi, Alessandra Cutolo e Peppe Lanzetta. Nel 2006 si fa notare in “Chiove” per la regia di Francesco Saponaro; nel 2009 è Trinculo ne “La tempesta” per la regia di Andrea De Rosa da Shakespeare. Nel 2014 ha interpretato “Hamlet travestie” con la compagnia Punta Corsara, regia di Emanuele Valenti. Il primo ruolo cinematografico di rilievo è anche per lui in “Gomorra” di Matteo Garrone, accanto a Toni Servillo. Lo si è visto anche, con Salvatore Ruocco, ne “L’intervallo” di Leonardo Di Costanzo, e lo vedremo ne “Il giovane favoloso” di Mario Martone, in concorso a Venezia 71.

Gaetano Di Vaio (Gaetano), dopo trascorsi nel mondo della microcriminalità napoletana e alcuni anni di reclusione nel carcere di Poggioreale, è oggi attore, regista e produttore. I suoi primi passi nel mondo dell'arte li muove nelle compagnie teatrali I ragazzi del Bronx napoletano di Peppe Lanzetta e I liberanti di Alessandra Cutolo in veste di attore. Nel 2003 fonda Figli del Bronx e cura una serie di eventi culturali cittadini legati al sociale e alla dura realtà delle periferie e dei quartieri popolari di Napoli. Nel 2005 partecipa come produttore e sceneggiatore al film “Sotto la stessa luna” di Carlo Luglio, presentato al 59° Festival di Locarno e vincitore di un Golden Award al Festival Internazionale del Cairo e di una Menzione speciale al Festival di Annecy. Nel 2009 è tra gli autori oltre che interprete e produttore di “Napoli, Napoli, Napoli” di Abel Ferrara. Nel 2010 esordisce alla regia con il documentario “Il loro Natale”, presentato nella sezione Controcampo italiano alla 67° Festival di Venezia, premiato come Miglior Documentario nella sezione Schermo Napoli del Napoli Film Festival e come Premio miglior documentario al Babel Film Festival di Cagliari. Nel 2011 produce con Eskimo e Minerva Pictures Group, in collaborazione con Rai Cinema, “Là-Bas”, opera prima di Guido Lombardi, vincitrice del Leone del Futuro alla 68° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e del premio come Miglior Film al 16° International Film Festival di Busan, in Corea. Nel 2012 arriva la sua seconda regia con il documentario “Interdizione Perpetua”, presentato alla 7° Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Nel 2013 è produttore del documentario “Ritratti Abusivi” di Romano Montesarchio, entrambi coprodotti con Rai Cinema e presentati all'8° edizione del Festival Internazionale del film di Roma. Nello stesso anno esce il romanzo biografico “Non mi avrete mai”, edito Einaudi. Attualmente è impegnato nella postproduzione del suo nuovo documentario “Largo Baracche”, ambientato nei Quartieri Spagnoli di Napoli.

A completare il cast ci sono: Gianfranco Gallo (‘O Jannone), Antonio Pennarella (‘O Ninnillo), Antonio Buonomo (Antonio), Vittoria Schisano (’A Jannona), Alan De Luca (Il Direttore di banca), Marco Mario De Notaris (Il Medico), Esther Elisha (Esther) e Emanuele Abbate (‘O guaglione).

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