Non sono gli effetti speciali, non è il budget, nè il fatto di essere un film di fantascienza e nemmeno la nostra idiosincrasia con l’azione (in realtà la sapevamo fare, siamo solo molto molto fuori allenamento), il motivo per il quale un film come Humandroid non sarebbe possibile nemmeno iniziare a pensarlo in Italia. Non è proprio una questione filmica ma di mentalità. Nel nuovo film di Neill Blomkamp (già autore di District 9 e Elysium) infatti il cuore della trama sta in una visione ottimista e umanista della tecnologia, l’opposto di quel che capita nel cinema e nella cultura italiana.

Il tono è già evidente dalla trama, ambientata in un futuro molto prossimo (il 2016) in cui il corpo di polizia di Johannesburg (Sudafrica) è coadiuvato da robot di forma umanoide, non intelligenti ma programmati per servire e proteggere, per fare da supporto agli agenti. Il loro creatore però ha altri piani, vuole andare più in là e dar vita ad un robot davvero intelligente, per questo ruba un corpo parzialmente danneggiato e destinato alla distruzione e ci carica sopra una nuova versione del sistema operativo da lui programmato, dotato di “coscienza”. Chappie, così lo chiama, si anima a metà tra un cucciolo e un bambino. Non sa niente, deve imparare tutto e ha sete di conoscere come i bambini ma è timoroso come i cuccioli d’animale. Cadrà nelle mani sbagliate e riceverà un’educazione criminale che tuttavia non cancellerà il suo buon cuore e il suo affetto.

Film di fantascienza ma molto sentimentale, Humandroid come molto cinema degli ultimi anni, attribuisce alla tecnologia, cioè al robot fatto di ferro, la vera umanità, mentre lascia agli umani il ruolo peggiore quello di cinici e malvagi profittatori. Di tutto il film sembra che quasi solo Chappie sia davvero un uomo. È un nuovo approccio che a partire da Wall-E abbiamo visto sempre di più: i robot sono il futuro dell’umanità, la tecnologia non è una minaccia ma una fonte di sentimento. L’opposto di quello che racconta il cinema italiano.

Nelle nostre commedie come nei nostri drammi la tecnologia è sempre un problema o una fonte di ridicolo, qualsiasi personaggio ci si rivolga, vi sia legato o semplicemente la usi è ritratto con toni grotteschi e la parte migliore della storia è sempre quella legata ad un universo lontano dal moderno. Luigi Lo Cascio in Il nome del figlio, grande utilizzatore di Twitter è per questo ridicolo, frustrato e in cerca di legittimazioni culturali che non trova altrove ma anche il piccolo borgo di Si accettano miracoli di Alessandro Siani (in cui è lui ad essere ridicolo quando cerca una connessione ad internet) o il secchione di Notte prima degli esami (tutto quel che deve fare lo fa al computer quindi è disadattato) o ancora l’aiutante di Silvio Muccino in Le leggi del desiderio (che vive al buio in una specie di tugurio illuminato solo dai computer). Nei film italiani la tecnologia appartiene al mondo della città, qualcosa di cui occorre liberarsi per essere felici (Sei mai stata sulla Luna?), una delle molte difficoltà della vita, causa di equivoci e problemi (La scuola più bella del mondo) o ricettacolo di un’umanità strana e bizzarra (gli uomini rimediati online da Raoul Bova in Scusate se esisto).

Se nel migliore dei casi la tecnologia e il vivere moderno (in senso lato) nei film italiani semplicemente non esistono, vengono cancellati e tutto pare ambientato 20 anni fa con la sola eccezione dei telefoni cellulari (rigorosamente usati solo per telefonare!), non esistono invece film in cui la tecnologia sia vista per quello che poi effettivamente è nella vita quotidiana: un’opportunità. Un agevolatore che consente accesso a informazioni, persone, contatti e situazioni altrimenti impensabili. Come può un sistema culturale simile immaginare un film come Humandroid, dove addirittura i robot sono il lato umano della storia e non gli uomini? Come si può pensare una storia in cui la tecnologia non è contrapposta ai valori positivi ma li incarna? Impossibile.