Minacce di azioni legali, intimidazioni, persino l'intervento da parte di una star come Matt Damon. Ecco la risposta alla domanda che tutti si stanno ponendo dopo che il caso Harvey Weinstein ha scosso Hollywood con la potenza di un terremoto, ovvero: perché la stampa non ne ha mai parlato prima? L'inchiesta di Ronan Farrow (figlio dell'attrice Mia Farrow) al New Yorker ha portato alla luce la denuncia di una trentina di donne che hanno accusato il fondatore della casa cinematografica Miramax di molestie sessuali e abusi, cui si stanno aggiungendo ogni giorno nuove testimonianze. Prima di Farrow, però, ci fu una giornalista di nome Sharon Waxman che nel lontano 2004 tentò di scoperchiare il vaso di Pandora delle nefandezze di Weinstein, ma venne zittita e bloccata. Oggi la Waxman racconta per filo e per segno come lo strapotere del tycoon hollywoodiano avrebbe bloccato il suo reportage.

La telefonata di Matt Damon e le minacce legali

Raggiunta da Vanity Fair, edizione italiana, la giornalista è partita dalla già celebre telefonata che avrebbe ricevuto da Matt Damon 13 anni fa, mentre stava indagando su Fabrizio Lombardo per conto del New York Times. Il nome di Lombardo, ex uomo chiave della Miramax nel nostro Paese, è emerso nella tranche italiana dell'inchiesta: l'articolo cui stava lavorando la Waxman avrebbe spiegato come l'uomo fosse stato pagato oltre 300 mila euro per meno di un anno di lavoro, anche dopo la chiusura di Miramax Italia. Il vero incarico di Lombardo sarebbe stato quello di procacciare donne per Weinstein, ma la chiamata di Damon arrivò a fermare tutto:

Matt fu gentilissimo. Sapevamo entrambi di che cosa si trattava. Harvey Weinstein gli aveva chiesto di chiamarmi per dirmi che Fabrizio Lombardo era un bravo ragazzo e che lui lo aveva conosciuto durante la promozione di non so più quale film. Io mi feci una risata e risposi: grazie Matt, alla prossima.

Naturalmente, a bloccare il pezzo della Waxman non furono tanto le garbate parole dell'attore (che oggi sostiene di non aver mai saputo la gravità delle azioni di Weinstein), quanto azioni ben più pericolose: il produttore minacciò di ritirare la pubblicità dal New York Times e il suo avvocato David Boies (noto per aver difeso, tra gli altri, Al Gore, Napster, la Cbs e l'Nba) annunciò querele al quotidiano americano. Per la cronaca, recentemente Lombardo ha negato categoricamente le accuse contro di lui.

Il nome Asia Argento già nell'inchiesta

"La perdita degli investimenti pubblicitari e il rischio di essere portati in tribunale da un nemico potente come Weinstein non sono uno scherzo", continua la Waxman, che spiega come già in passato il produttore avesse bloccato altre inchieste sul suo conto (come quella su problemi economici della Miramax). Il New York Times si piegò al potere del magnate e rinunciò al pezzo: "La non pubblicazione di quell'articolo fu una delusione dolorosa per me", ammette oggi la giornalista, che pure aveva per le mani materiale incandescente. Il nome di Asia Argento, che ora ha accusato Weinstein di un vero e proprio stupro, era già infatti emerso nella sua indagine.

Sì, assieme ad altri, ma ai tempi non avevo conferme. Fino a un certo punto, in base alle mie ricerche, sembrava che le donne che Fabrizio procurava a Weinstein fossero semplici escort, quindi consenzienti, a pagamento. Ma io ero certa che ci fosse molto di più. E, come abbiamo visto, c’è molto di più.

Perché Weinstein avrebbe molestato le attrici italiane

Anche l'inchiesta di Ronan Farrow ha faticato non poco per uscire: prima che il New Yorker la pubblicasse, era arrivato il rifiuto di Nbc: "Certo non per motivi di denaro", commenta la Waxman, "La Weinstein Company non è un investitore significativo di Nbc. Perché non hanno voluto rendere pubbliche le accuse di Asia e delle altre? Non lo so, dovrebbe chiederlo a loro". Oggi, la Waxman è a capo di The Wrap, autorevole sito d'informazione dedicato al mondo di Hollywood. Dopo l'articolo di Farrow, è tornata a lavorare sull'argomento e sta pubblicando moltissimi racconti delle vittime, che hanno allargato lo scandalo a dismisura. In particolare, la sua attenzione è rivolta alle vittime italiane:

Sto raccogliendo altre testimonianze di modelle e attrici italiane o che hanno vissuto in Italia in quel periodo e che hanno molto da raccontare: quando avrò tutte le pezze d’appoggio necessarie le pubblicherò. Harvey faceva proposte indecenti alle attrici di una certa fama, ma con le sconosciute e le straniere era ben più diretto e convinto di passarla liscia. È probabilmente questo il caso della donna (ancora protetta da anonimato, ndr) che ha denunciato alla polizia uno stupro avvenuto nel 2013 a Los Angeles, ed è anche il caso di Asia. Una straniera, senza potere contrattuale a Hollywood, senza un forte network di conoscenze e amicizie negli Stati Uniti, era per Harvey un oggetto a disposizione. So che alcuni media italiani l’hanno attaccata e lo trovo disdicevole perché più si attaccano le vittime, meno altre donne avranno il coraggio di raccontare i fatti.

Il caso, insomma, è ben lontano dalla parola "fine". Di una cosa la Waxman è certa, la carriera di Harvey Weinstein è definitivamente tramontata: "Non ci sarà un secondo atto, non prevedo un grande ritorno hollywoodiano per quest’uomo". Resta da capire se davvero la conclusione di tutto questo sarà una vittoria per le donne.